Lodovico Pogliaghi e Palazzo S. Giorgio – La nostra scoperta nella sua casa museo

Quando la Pinin Brambilla ci affidò il lavoro di progettazione e rifacimento delle facciate di Palazzo S. Giorgio la soprintendenza di Genova ci aveva messo a disposizione pochissimo materiale a cui far riferimento. Innanzitutto il quadro a olio eseguito dal Pogliaghi come bozzetto della facciata a mare conservato all’ingresso del Consorzio Autonomo del Porto e una foto di un putto (affresco strappato opera del Tavarone).

L. Pogliaghi – Olio su tela

Persino le foto in bianco e nero del 1913, scattate subito dopo i lavori eseguiti dal Pogliaghi furono una scoperta tarda, quando ormai eravamo alla fine della seconda facciata.

Per la realizzazione della prima facciata (facciata nord su Piazza Caricamento), e innanzitutto del bozzetto preparatorio, ci vennero in aiuto le numerose superstiti incisioni che erano state eseguite nei primi del novecento sull’intonaco fresco come base del disegno prima della coloritura. In accordo con la soprintendenza all’inizio dei lavori si decise di non realizzare le figure, nemmeno i putti, visto che non era stato trovato nessun utile disegno per una fedele riproduzione.

Mio marito, Mauro Nicora, realizzò quindi sulla base di questi pochi elementi il bozzetto ad acquarello della facciata nord.

Mauro Nicora mentre esegue il bozzetto ad acquarello della facciata nord su P.za Caricamento

Mauro Nicora. Penna, inchiostro e acquarello su carta. Bozzetto della facciata Nord di Palazzo S. Giorgio.

Solo in seguito a noi venne il dubbio che forse nessuno aveva avuto l’idea di andare a vedere se nella casa museo del Pogliaghi al Sacro Monte di Varese si potesse trovare qualcosa.

E così un sabato del 1988, giusto un anno dopo l’inizio dei lavori, ci recammo in quel bellissimo luogo che era stata la sua abitazione e che fu per tutta la mia infanzia immancabile sosta alla fine del cammino sul viale delle 14 cappelle, vanto del Sacro Monte di Varese.

A quei tempi la casa museo era ancora aperta al pubblico sotto la custodia di una affabilissima signora  di cui purtroppo non ricordo più il nome (ora è da anni in restauro, una specie di fabbrica del Duomo).

Da bambina, con i miei genitori, si percorreva spesso il viale delle cappelle che porta a Santa Maria del Monte, meta oltre che paesaggistica anche artistica di grande livello. Al termine del percorso e prima di rifocillarci in qualche bar del paese si passava sempre per il Museo Pogliaghi che vantava anche un economico costo d’ingresso. Questa casa ha sempre esercitato su di me un fascino particolare, sia esternamente col suo giardino all’italiana ricco di numerosi marmi antichi e moderni, che internamente con gli oggetti più disparati per epoca e area geografica, raccolti dal Pogliaghi durante i suoi frequenti viaggi in giro per il mondo. In modo particolare mi colpì sempre il sarcofago egizio, quando a quei tempi la cultura egizia era per me fonte di grande attrazione.

Il mio sguardo di bambina e poi di ragazzina veniva sempre rapito dalle scale che portavano al piano superiore ma che erano chiuse al pubblico. Una curiosità morbosa mi spingeva sempre verso di esse, curiosità che ho potuto soddisfare poi da adulta proprio in occasione del restauro del San Giorgio.

Quando ci presentammo come i restauratori che stavano realizzando l’intervento del palazzo di Genova, la gentilissima custode ci portò subito al piano superiore mostrandoci una saletta colma di cartoni arrotolati, ammucchiati e mai catalogati ove secondo lei qualcosa avremmo potuto trovare.

Non potete immaginare l’emozione sia per aver varcato la tanta sospirata soglia sia per aver davanti agli occhi gli studi dell’artista che avrebbero potuto aiutarci nel proseguo dei lavori.

Io e mio marito iniziammo, col consenso della signora, a srotolare i disegni e trovammo subito qualcosa, qualcosa che avrebbe cambiato le sorti del restauro.

In quei primi miti giorni di primavera che rivestiva l’aria di particolare emozione trascorremmo una settimana intera in quel luogo mistico a srotolare, fotografare, catalogare e a fare i rilievi di tutto il materiale trovato. Per me, che mi sento più una ricercatrice, aver varcato quel luogo è stato come la profanazione di una tomba egizia; aggirarmi per le stanze, tra le quali una era la sua camera da letto lasciata ancora intatta sia di copriletto che di monili vari, e poter toccare con mano le opere dell’artista dimenticate in quel luogo è stata un’esperienza unica che ancora non ho dimenticato.

Devo ringraziare la custode (anche se so che ora è deceduta) per aver avuto così tanta fiducia in noi, perché a essere stati disonesti da quel luogo si poteva sottrarre qualsiasi cosa, ma credo che lei, da persona intelligente qual’era, avesse capito quanto ci spingesse la passione per il nostro lavoro in piena e totale onestà.

Casa Museo Pogliaghi, Varese – La stanza dove trovammo i cartoni preparatori di Palazzo San Giorgio

Paola Mangano Nicora

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