L’affresco

Nel momento in cui mi sono rassegnata a classificare come affresco qualsiasi tipo di pittura murale, giusto per fami capire dalla maggior parte delle persone che non discernono tra una tecnica e l’altra, mi sono trovata a dover constatare l’avvenuta perdita di significato della parola stessa. Sempre meno persone sono al corrente di cosa sia effettivamente un affresco e questo la dice lunga sullo stato della cultura del nostro paese. Vi è però una ragione anche più materiale: non si producono più affreschi e questo rende difficile l’identificazione non solo del manufatto in sé ma anche e soprattutto della sua logica produttiva nel quotidiano.

Benché dipingere su muro possa essere considerata una tecnica pittorica piuttosto semplice, realizzare un’opera ad affresco richiede una lunga e paziente esperienza oltre a una notevole capacità artistica. Per dipingere ad affresco bisogna saper operare con decisione e maestria. Bisogna essere coscienti che quella determinata pennellata dovrà essere messa proprio lì, con la giusta corposità materica, perché proprio in tal posto e in tal misura essa adempirà allo scopo luministico a cui si tendeva. In altre parole nell’affresco non sono ammessi errori. E questo perché l’artista deve stendere il colore su uno strato di intonaco posato da poco, un intonaco ancora fresco, “a fresco” quindi, prima che esso inizi a indurirsi e a seccare.

Capite che lavorare ad affresco non significa solo intingere un pennello nel colore e stenderlo su un muro. E’ necessario creare prima la materia, l’intonaco da posare su un supporto murario ove il colore andrà deposto per diventare un tutt’uno con la superficie stessa e non pellicola sopra essa. Nel caso di una pittura a fresco si utilizza per tanto un sistema di tipo “coesivo” mentre nella pittura a secco si usa un sistema di tipo “adesivo”.

In pratica si concretizza un processo chimico chiamato “carbonatazione”. Tale processo è dato dalla reazione della calce, elemento fondamentale della pittura ad affresco e che compone l’intonaco che andremo a posare, a contatto con l’anidride carbonica presente nell’aria. Quando l’acqua, contenuta nella malta, comincia ad evaporare trascina verso la superficie l’idrossido di calce che con la carbonatazione fissa i colori deposti rendendoli parte stessa dell’intonaco e quindi resistenti agli agenti esterni.

Si comprende allora l’importanza fondamentale che assume la realizzazione di un adeguato supporto per creare un dipinto ad affresco.

Innanzitutto la calce, la nostra materia prima per eccellenza. Ne ho già parlato qui “Calce viva e grassello” e qui per l’intonaco.

In tempi passati anche recenti un bravo pittore doveva essere a conoscenza di tutto questo processo iniziale. Ma era il muratore che si occupava di realizzare la base ove l’artista avrebbe dipinto. Per tanto il muratore aveva una grande importanza per la riuscita di un’opera realizzata con maestria e destinata a durare nel tempo. Una categoria, quella dei muratori, poco considerata e tuttavia di notevole rilevanza. Consiglierei a tutti gli architetti un tirocinio come muratore prima di intraprendere un qualsiasi progetto per rendersi conto, quando arrivano in cantiere, di cosa stanno trattando. Ma chiunque operi in un cantiere edile dovrebbe avere un po’ di esperienza in tal senso anche e soprattutto il restauratore. E non era solo la preparazione della malta ad essere essenziale  per la conduzione di un opera ad affresco. Bisognava saperne stendere la giusta dose, agganciandosi alla precedente senza creare dislivelli o imperfezioni. Sì, perché se parliamo di opere di notevole impegno, con gran numero di soggetti e su superfici estese si doveva procedere a “giornate”, cioè stendendo una porzione di intonaco il mattino presto perché fare in modo che l’esecuzione pittorica fosse ultimata durante l’arco della giornata prima che la malta cominciasse a seccare. Così l’artista decideva quanto quel giorno avrebbe realizzato e a volte poteva essere anche solo un viso. Negli affreschi antichi sono sempre visibili, a un esame attento e ravvicinato (in particolare a luce radente) i segni delle commettiture delle diverse giornate. Questa analisi porta a osservare come la maggior parte delle giornate abbia i suoi limiti laddove si può, con maggior facilità, «nascondere» le zone di collegamento: si fa coincidere la giornata con i bordi dei corpi o degli oggetti rappresentati o con cambi repentini di colore, ma anche con ombre molto scure.

A questo punto sembrerebbe abbastanza facile dipingere ad affresco. Preparo una buona malta da posare sul muro e vado a colorarci sopra. In teoria, detto in poche parole, è così. Ma volendosi cimentare in una pittura ad affresco, o intraprendere un intervento di restauro su di essa, è necessario conoscere la materia e le tecniche di esecuzione in modo più approfondito.

E’ mia intenzione quindi iniziare da qui un nuovo percorso che si svilupperà in puntate (giusto il tempo di scrivere nei miei momenti di libertà, ahimè, sempre più rari) avvalendomi di tutti i testi a mia disposizione, delle mie esperienze lavorative e di chi mi sta vicino.

Spero così di far cosa grata a tutti coloro che mi chiedono sempre maggiori delucidazioni in materia. Per tanto ne approfitto per ringraziarvi delle assidue visite al mio blog che mi confermano, tra l’altro, che gli italiani non sono così stupidi come i mass media vogliono farci credere. Considero l’attenzione verso un blog così di nicchia come il mio la dimostrazione della sete di conoscenza, di cultura e di attrazione nei confronti dell’espressione umana d’eccellenza che non lascia dubbi sul valore di noi stessi, purtroppo lacerati e intorpiditi da un sistema che vuol spegnere ogni nostra scintilla di genialità e creatività.

Paola Mangano Nicora

Affresco

Mauro Nicora – affresco 50×60 – riproduzione interpretata di “Diana al bagno” di François Boucher 1742 (olio su tela 57 cm × 73 cm, Musée du Louvre, Parigi)

 

François Boucher - 1742, olio su tela 57 cm × 73 cm, Musée du Louvre, Parigi

François Boucher – 1742, olio su tela 57 cm × 73 cm, Musée du Louvre, Parigi

 

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