Affresco cap.III – Cave e fornaci delle prealpi varesine

In questo percorso che mi condurrà infine alla realizzazione di un affresco vero e proprio non potevo trascurare i siti di estrazione e produzione della sua materia prima; la calce. Considerando che questa divagazione finirà col risultare di per sé oltremodo ampia, sono costretta a circoscrivere il campo di ricerca al mio territorio di appartenenza e nascita, le prealpi varesine.

Siti calce prealpi varesine

Ormai da molti decenni le calci di questo territorio non vengono più né estratte nè prodotte ma furono per secoli note e ricercate per la loro qualità.

Ne parla il Filarete nel suo trattato di architettura del 1464 per la realizzazione della sua immaginaria città detta la Sforzinda, in onore del duca Francesco Sforza:

…Le calcine che tu hai a far fare per lo provedimento delle mura della nostra Sforzinda, per farle buone e vantaggiate secondo che ho veduto e provato, vogliono essere pietre di quelle de’ fiumi e massime di quelle del fiume d’Adda; ancora quella petrina del lago d’Angera è buona, ma è migliore in un luogo che in un altro, questa è spezie di tevertino. Quelle de’ fiumi sono pietre ritonde, come dire ghiare, quelle de’ monti sono pezzi grandi che bisogna rompergli e fargli piccoli a volerle cuocere bene, queste a Milano sono buone; …….”   Trattato di architettura di Antonio Averlino detto il Filarete 1460-1464 pag.65/66 (a cura di Anna Maria Finoli, Liliana Grassi, Il Polifilo, Milano, 1972)

Ma anche lo Scamozzi ne fa specificatamente menzione nella sua Architettura Universale:

Scamozzi trattato

L’Idea dell’Architettura Universale di Vincenzo Scamozzi 1615 – Libro VII – cap. XVII

Luigi Zanzi, nel suo ampio e documentato studio del 1891 “I materiali da costruzione nel Circondario di Varese” pubblicato in “Almanacco della Provincia di Como per l’anno 1891”, (Como, Ostinelli, 1891), ci illustra, a suo dire “sommariamente”, i più importanti materiali da costruzione che le diverse vallate del varesotto avevano a disposizione a quei tempi come fonte di esportazioni. Lo Zanzi parla in tal senso perché amareggiato dalla graduale e costante emigrazione in atto che, dal nostro territorio, vedeva partire “scalpellini, ornatisti e mastri muratori” verso l’America del Sud (Argentina in particolar modo) alla quale si era aggiunta anche quella degli “operai marmisti e decoratori” verso l’America del Nord.

Operai all'interno del  Laboratorio Bianchi  a Barre Vermont  nei primi anni del '900

Operai all’interno del Laboratorio Bianchi
a Barre Vermont nei primi anni del ‘900

“Iniziatasi da Bisuschio, la corrente dell’emigrazione rapidamente si è diffusa per tutto il Mandamento di Arcisate, e, da due anni ad oggi, non passa mese che giovanetti ed adulti, fra cui non pochi ammogliati, partano a schiere per le Provincie di San Francisco e di Nuova York, dove la mano d’opera, purché di operai valenti ed alacri, è pregiata ed adeguatamente rimunerata. Ben è vero che le giornate di lavoro sono dalle dieci alle dodici ore; ma chi è previdente può anche ricavarne una mercede che, pagate le spese del vivere, gli procura un peculio dalle millecinquecento alle duemila lire all’anno. Pertanto ben oltre un migliaio già ne sono partiti; e se parecchi, in questa invernata, hanno fatto ritorno al paese natale, non tornano delusi, bensì per pigliarvi moglie, e quindi ripartire, dopo poche settimane, per là dove hanno trovata la patria del lavoro.”

Ho voluto riportare questo passaggio dello scritto di Zanzi, anche se di importanza marginale rispetto al mio punto di osservazione, in quanto testimonianza storica di non trascurabile valore emotivo. Anche allora si parlava di crisi, “una crisi complessa, creata da cause diverse, ma tutte egualmente gravi”. Una crisi che perdurava ormai da anni e che vide dal il 1876 al 1915 ben 14 milioni di italiani emigrare all’estero. Così Zanzi con questo suo trattato voleva evidenziare le meraviglie naturali del nostro territorio che ancora potevano essere sfruttate e che, incentivando l’esportazione, sarebbero state in grado di risolvere la dilagante disoccupazione.

Letteralmente per mano ci conduce in questa rassegna documentativa illustrandoci le cave e le fornaci del circondario di Varese individuando come punto di partenza Induno Olona, da dove, separate dal monte Monarco, si snodano la Valle d’Arcisate e la Val Ganna. La prima era in attesa della nuova strada provinciale, la seconda della ferrovia, mezzi di comunicazione importantissimi per il trasporto dei materiali estratti dalle cave e prodotti dalle fornaci in loco.

“In tal perimetro, per ora, sono ordinatamente attive una quindicina di fornaci, delle quali tre a fuoco continuo, le altre a vecchio sistema, e con una produzione annua complessiva di circa quintali centomila di calce, per la massima parte di qualità forte, la qualità dolce essendo pressoché esclusivamente fornita dalle fornaci di Rossaga.” (la calce forte è quella che contiene più alti valori di elementi idraulici rapportati al loro relativo contenuto di ossido di calcio e quindi più idonee per essere usate anche in presenza di acqua, mentre quella di qualità qui definita “dolce” è la calce grassa comune, dall’insignificante contenuto di elementi idraulicamente attivi).

Dal centro dell’abitato di Arcisate, Zanzi ci invita a girare a destra per Brenno Useria e poi ancora in direzione di Viggiù dove si trovava la famosa cava della pietra detta appunto di Viggiù largamente usata sia in Lombardia che in Piemonte “che si presta tanto per gli usi più umili della vita, come per effiggiarvi il Garibaldino del monumento dei Cacciatori delle Alpi a Varese, ed il Cavallo Marino di Vincenzo Vela, che si ammira alla Veneria, presso Torino.” (il monumento originale al “Cacciatore delle Alpi”di Luigi Buzzi Leone da Viggiù, noto a tutti come il Garibaldino, era in pietra e si trova accantonato nella ex Caserma Garibaldi di Varese, mentre oggi in Piazza Podestà è collocata una copia in bronzo).

L'originale statua in pietra del Garibaldino

L’originale statua in pietra del Garibaldino

Sempre proseguendo su questa stessa strada, in località Piamo, si trovavano ben sette cave, tra le più importanti, il che presuppone ce ne fossero molte di più. Una ventina invece si incontravano in direzione per Saltrio, pressoché l’una sovrapposta all’altra, in un’insenatura del monte Orsa. Zanzi non parla in questo contesto di cave e fornaci di calce ma solo di pietra (bianco bigia, pietra cinerina, pietra nera, marmo rosso e il bel ghiaccio). Eppure anche in questa vallata e soprattutto nei pressi di Brenno Useria dovevano esserci delle fornaci. Dal Piano cave della Provincia di Varese, redatto nel 2002 per l’inventario delle cave cessate, risultano ben due cave di dolomie per calce in quel di Brenno Useria. Altre due in località Fornaci Camadrino nei pressi di Cunardo, due a Viggiù in località Piamo Superiore e una alla Rasa di proprietà della ditta De Grandi.

A proposito della frazione Rasa invece lo Zanzi parla di più fornaci di calce “cui la materia prima viene fornita dalla montagna sovrastante…..Anche qui la straordinaria concorrenza tenta di paralizzare e ridurre la produzione; ma gli intelligenti proprietari cercano di vincerla e di mantenere l’antica posizione, sostituendo, come hanno fatto in questi ultimi anni, a due delle fornaci di vecchio sistema una a fuoco continuo; utilizzando, per il riscaldamento delle fornaci, il combustibile che si raccoglie sui monti vicini e nella Val Cuvia,….”

Fornace in località la Rasa Varese

Fornace in località la Rasa Varese

Se nella Valle dell’Olona i produttori di calce cercavano nuove soluzioni per restare ancora competitivi sul mercato quelli della Valle di Marchirolo avevano già chiuso da tempo: “Chiunque da Ghirla si rechi a Marchirolo, e quindi a Ponte Tresa, incontra, di tratto in tratto, gli avanzi di antichi forni calcinatori, ora pressoché tutti abbandonati, non già per mancanza di materia prima, bensì per difetto di domanda.”

A questo punto l’attenzione viene spostata verso Cunardo e Fabiasco dove sono presenti “calci… non dissimili da quelle di Cittiglio …..sia per l’impasto come per il colorito bruno e per la forte presa, tale da non temere il paragone colle famose di Casale Monferrato e di Palazzuolo.”

Ma a Cunardo a quei tempi non esisteva ancora una strada provinciale perciò la produzione restava limitata al fabbisogno locale. Scendendo verso Luino però, nella pianura di Creva e di Voldomino, il nostro relatore riesce a calmare la sua ansia e il suo desiderio insoddisfatto di rivalutazione del territorio varesino attraverso l’industria estrattifera, constatando la presenza di molte attività feconde, tra le quali quelle di nostro interesse. “……le terre refrattarie, le calci. le pietre, i laterizi, eccoli sul luogo e sovrabbondanti.” E’ anche vero che questa zona è ben fornita di mezzi di comunicazione che ne agevolano l’esportazione in ogni parte della Lombardia e Italia Centrale.

Da Luino, discendendo verso Laveno ed Angera si percorre un tratto notevole di quella strada che venne denominata “la via delle genti”. Era questo un percorso che già dal primo secolo a.C. univa tre bacini fluviali molto importanti per la storia commerciale e culturale europea: la valle del Rodano, il bacino del Reno e la valle del Ticino, la quale conduceva, logicamente, alla Pianura Padana e di conseguenza al mare Adriatico. Benché proprio in questo tratto risiedevano tutte le rinomate fornaci di calce del Lago Maggiore, Zanzi ci fa notare che a quei tempi ancora si usava come via di trasporto per le merci i bacini d’acqua, perché la ferrovia che scorreva e scorre tutt’ora lì accanto si snoda per gran parte all’interno della montagna. I costi notevoli che il trasporto su barca comportava, rendevano il prodotto finale non più competitivo sul mercato. Si parlava di una produzione annua complessiva che si aggirava dai cinquanta ai sessantamila quintali l’anno (1891) mentre solo dieci anni prima era di circa centocinquantamila. Perciò Luigi Zanzi si chiede “ma quale ne sarà stata la produzione allorché la famosa calce forte oliva della Rocca di Caldè veniva adoperata per la costruzione del Naviglio e delle Conche progettate da Leonardo da Vinci? quando le fornaci della riva sinistra del Verbano sopperivano ai bisogni di tutto il Ducato di Milano fino a Pavia, nella quale città, per citare una sola circostanza, i muri ed i fortilizi vennero costrutti colle calci della Valtravaglia?”

Da Laveno fino a Sangiano, nonostante fosse tutto un nucleo di calcare eccellente di colore grigio e di forte presa, vi si trovava attiva solo una modesta fornace di laterizi. Ma viste le potenzialità del territorio era auspicabile, in un non lontano futuro, un potente sviluppo come quello che si era manifestato a Besozzo, a Bardello, a Travedona e a Cittiglio “…sull’opposto versante del monte San Clemente, la Ditta Pellini e Menotti…ha costruito i suoi imponenti forni calcinatori precisamente nell’ambito della stazione, a fianco della ferrovia per Varese e Milano.” Purtroppo, col passare degli anni, non si registrò un incremento della produzione ma piuttosto un lento e inesorabile progressivo abbandono, sino alla rivalutazione, ai giorni nostri, di questi siti come monumenti di storia industriale e sociale.

Ma ritorniamo al nostro viaggio in compagnia del Zanzi. Fra Ispra e Ranco si incontravano una decina di fornaci di calce “…e parecchie altre più innanzi, proseguendo fino ad Angera.”

Ispra, Varese - Fornace e molo del Pinett

Ispra, Varese – Fornace e molo del Pinett

Probabilmente non erano tanto abbondanti quante quelle che si potevano trovare sul tratto che da Sangiano arriva fino a Gallarate. Zanzi parla infatti di una poderosa produzione dei forni calcinatori di Travedona (interessante anche notare l’appunto a proposito dei monti del circondario di Travedona sui quali pare crescesse rigogliosa la vite) attivate solo quattro anni prima e che da sole inviavano annualmente a Milano ben cinquantamila quintali di calce.

In questa zona proseguendo poi attraverso i paesi di Varano, Cazzago, Daverio, Galliate ed Azzate sulla strada che costeggia il lago di Varese e conduce all’omonima città, si incontravano ovunque vecchie fornaci di laterizi “…le quali oggidì limitano la produzione ai bisogni della località, lontane come trovansi dai centri manifatturieri, e tornando, almeno per ora, vana, in questa zona del Circondario, la speranza di mezzi di trasporto rapidi ed economici.” Considerando che questa zona è quella dove io sono nata ed ho vissuto per gran parte della mia vita, posso confermare che ancora al giorno d’oggi è priva di un qualsivoglia efficiente mezzo di trasporto. Il che la rende affascinante di per sé proprio per questa sua immersione nella natura che la circonda senza contaminazione di grandi opere pubbliche nonostante anche qui l’abuso edilizio abbia invaso con spregevoli note il circondario.

Tuttavia venne sfruttato il banco argillifero di cui era ricca questa insenatura. “ …un tentativo, degno invero d’imitazione ed encomio, l’ha dato un buon prete, ora defunto, il parroco Cazzaniga di Azzate, il quale, coll’argilla finissima che appunto nelle vicinanze di Azzate abbonda, aveva attivato, or son pochi anni, una piccola industria di terre cotte per decorazione. La facciata della chiesa di Azzate può testimoniare di una prova che può dirsi riuscita; or giova augurare che la scuola di disegno, or non è guari attivata in quel Comune, abbia e possa svolgere vigorosamente i germi di un’arte industriale per sé stessa attraente e che può tornare sufficientemente rimuneratrice.” Inutile dire che non si realizzò niente di tutto questo e che l’esperimento restò un caso isolato mai più ripetuto. Spesso la volontà e caparbietà di un sol individuo riesce a sviluppare una tale forza di persuasione da spronare un’intera moltitudine di genti. Purtroppo però se essa non trova seguaci di eguagliabile valore andrà perduta insieme al suo precursore.

Infine Zanzi compie un tragitto a ritroso per incamminarsi attraverso la Valcuvia e ritornare nella città di Varese. Mi è oscura la scelta di lasciare questo percorso per ultimo quando già vi si era trovato in zona percorrendo il tratto tra Luino e Laveno. Forse perché, a suo dire, ritenne questa terra ancora vergine, non sfruttata adeguatamente, nonostante le sue naturali ricchezze di roccia calcarea, tanto da poter fornire calci idrauliche in quantità non inferiore a quelle di Travedona, di Cunardo e di Cittiglio. O forse perché proprio a Cittiglio risiedevano forni calcinatori attivati da pochi mesi dalla ditta Pellini e Menotti che producevano una delle calci più eccellenti di tutto il territorio finora esplorato; una calce idraulica a lenta presa dal colore giallo cinerino. Queste fornaci, a sistema verticale e a fiamma continua, fornivano una produzione di quattrocentomila quintali l’anno alimentati dalla roccia estratta dalla montagna di Caravate che per le sue qualità bituminose si riduceva in calce con un risparmio di circa il 25% di combustibile in confronto di quello richiesto per la cottura delle calci bianche.

Zanzi “Nel congedarmi da chi ha avuto l’eroica pazienza di seguirmi nel lungo e arido cammino…” fin qui condotto, (il che vale anche per me nei vostri confronti nella speranza di non avervi oltremodo annoiato), si augurava una ripresa di produzione ed esportazione dei materiali da costruzione nel circondario di Varese. Come già abbiamo accennato non andò così e il lavoro delle fornaci non costituì mai un’attività rilevante nell’economia del paese, sicuramente non di così grande importanza come lo fu in passato. E questo anche perché il progredire dell’industria moderna fornì tecnologie e nuovi importanti prodotti provenienti dalla cottura e dalla lavorazione dei materiali calcarei che provocarono nuovi modi di costruire in funzione delle loro caratteristiche fra cui quella di poter essere usati insieme ad inerti ed a armature metalliche (strutture in cemento armato) che hanno svolto il principale ruolo costruttivo degli ultimi anni.

L’industria moderna offre però oggi prodotti inadatti per il restauro degli edifici storici. Se vogliamo appieno applicare il tanto abusato concetto di compatibilità dei materiali costruttivi in fase di restauro non possiamo che riappropriarci delle esperienze e metodologie del passato per riprendere oggi una produzione di calce di ottima qualità. Un’attività innovativa che si può affiancare a quella della salvaguardia delle antiche fornaci come archeologia industriale già in atto nel nostro territorio così come in molti altri in Italia.

La filosofia si innesca sul filone che già proponeva Zanzi più di cent’anni fa. La finalità d’uso è diversa, ma può essere comunque un’ottima soluzione anche per far fronte alla crisi.

Paola Mangano

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