Studiando la Sforzesca di Vigevano

Il web è diventato un ottimo strumento per chi come me è sempre alla ricerca di documentazioni storico/artistiche. Spesso però esse richiedono trascrizioni minuziose in quanto vengono pubblicate ancora con metodologie astruse che paiono voler rendere difficoltosa sia la lettura che la sua divulgazione. Oltre ai benefici economici, che portano a voler ricavare anche un seppur minimo introito dalla divulgazione della cultura, subentrano altri fattori quali per esempio gli interessi di una parte degli studiosi che gelosi dei propri sforzi tendono a mantenere il segreto delle loro fonti. Ciò vale in realtà per molte altre affini attività. Ricordo per esempio i segreti di bottega che i restauratori del passato si ostinavano a non divulgare per timore che altri ne potessero usufruire a discapito di un interesse comune che dovrebbe aspirare alla divulgazione della conoscenza nella sua totalità.
Vi è pure una parte, molto più evidente in altri settori come quello dell’informazione o delle scoperte scientifiche, che si dimostra restia ad abbattere quella realtà riconosciuta da gran parte dell’umanità, paurosa che la conoscenza di nuove frontiere possa ledere un ordine e potere costituito.

Nonostante tutto ha senso cercare di migliorare questo nostro piccolo mondo e io nel mio piccolo lo farò ogni qual volta mi troverò di fronte a documenti e scritti che mi hanno richiesto un’attenzione e uno sforzo finalizzato anche  solo a ricavarne uno spunto o un piccolo appunto nella speranza invece che per altri possa essere fonte di ulteriore ispirazione.

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Studiando la Villa Cascina la Sforzesca di Vigevano (PV).

Trascrizione da La corte di Lodovico il Moro, La vita privata e l’arte a Milano nella seconda metà del quattrocento, Francesco Malaguzzi Valeri, Ulrico Hoepli, Milano 1913, Capitolo IV, I castelli e le cacce, da pag. 664 a pag. 675.

 

La Sforzesca presso Vigevano, verso Pavia, sorge nel bel mezzo di una zona lussureggiante che vide le più affannose gesta venatorie della corte milanese. La sua storia, come fu detto da uno studioso “è un bell’episodio del mecenatismo e della pietà (vedremo il perché) che s’accoppiarono a ben altre doti, di Ludovico il Moro” (nota A. Butti in Arch. St. Lomb. 1904 pag. 194). Il borgo porta tutt’ora il nome antico; il territorio circostante fertilissimo è coltivato a risaie e a praterie, abbondantemente irrigato da due grandi corsi d’acqua, la Mora e il Naviglio Sforzesco. Uno studioso dei fatti vigevanaschi, Alessandro Colombo, ne tessé una diligente istoria fondandosi sui documenti del luogo e principalmente su quanto ne lasciò scritto, nel 1551, il cancelliere Simone Del Pozzo (nota A. Colombo. La fondazione della Villa Sforzesca secondo Simone del Pozzo e i documenti dell’Arch. Vigevanasco in Boll. St. bibl. subalpino A.I, II, IV e VII).

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Su quello scritto e su qualche ricerca e appunti nostri fatti sul luogo vediam dunque di riassumere la illustrazione della Sforzesca. Il buon cancelliere all’inizio della sua interessante narrazione, esclama: “si cantano le laude et honor si dia primo al summo Idio si como datore de tutti J beni et secundo a Ludovico Sforza”, e noii non vogliamo esser da meno, considerato che ancor oggi il luogo, per quanto lontano dall’antico splendore attesta della geniale signorilità di un principe che anche ad una costruzione campagnola seppe imprimere un’impronta personale. Anche noi “acciò il vorace tempo non abbia ad obliterare” del tutto i ricordi, cercheremo di far rivivere qualche po’ gli antichi fasti del luogo.

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“Fece il pregiato Ludovico” dice molto esplicitamente il cancelliere cinquecentesco “costruere questa sì amena et delectevole villa, con quelle quattro torre alli quatro angoli in forma de quatro amplissime colombare”. E i quattro edifici, commenta il Nubilonio nella sua Cronaca “ sono tanto capaci che alloggiariano un principe”.

Il territorio era quasi tutto incolto e Lodovico, a dar nuova vita al luogo e impulso all’agricoltura dell’intera Lomellina, fece venir da Vicenza gran quantità de piante more bianche (la così detta morus alba) o voi moroni e fece venir persone pratiche a coltivare il gelso e i bachi da seta: li cavalieri o ver bombice, precisa il nostro cancelliere. Di così gran novità il vecchio scrittore dà dunque merito al Moro: e già alla metà del cinquecento le condizioni dei coloni e della regione erano fiorenti mercè quell’industria.

Il moro non s’arrestò qui. Spirito pieno di iniziativa, audace, d’intendimenti moderni, s’avvide che per dar impulso nuovo e grande all’agricoltura occorreva non limitarsi a qualche utile novità ma era necessario, quanto più i tempi nuovi lo esigevano, variar le colture dei campi secondo le zone e la possibilità di irrigarle e aiutar coloni e piccoli possidenti. E costrutta “si bella villa al uso delli abitanti” v’aggiunse intorno case coloniche, cascine per conservarvi armenti, fieni e messi, e, tutt’intorno, grandi estensioni di prati, di vigne, di campi coltivabili, di boschi e i luoghi adatti a custodir i bachi da seta, i cavalieri sive bigati, come si dice in nostra lingua, precisa il dotto cronista. Volle che la villa si chiamasse Sforzesca e su due angoli della torre rivolta verso la città fece incider sul marmo due iscrizioni dettate da Ermolao Barbaro che rimangon tuttora e delle quali il Bellincioni traduceva la seconda così:

 

Sterile inculto loco, arido e vile

Stato son sempre, or pingue e cultivato

Dalla pia destra Sforza, onde ho cangiato

L’oscuro volto, e sino el nome umile.

Or vil non più: Sforzesca oggi gentile.

Lodovico per me mai s’è turbato:

E se autor di pace al mondo è nato,

D’agricola conviensi aver lo stile.

Bellincioni. Rime (ed. Fanfani 1, 36 e 37)

 

Galeotto del Caretto svolgeva lo stesso concetto così alludendo al Moro:

 

Vigievano che già fu gleba vile

ha fatto adorno, e gli agri a quel contigui

ha coltivati con saper sutile.

E i steril campi, et al far fructo ambigui

fertili ha facto et abondanti prati,

e d’acqua ticinese tutti irrigui.

F. Gabotto (in Arch. St. per la prov. Nap. 1889)

 

L’elogio, nel suo agreste sapore, è bello tanto più che è meritato.
A facilitare le irrigazioni di quella vasta zona agricola, il Moro fece perficere o finire, per dirlo con le parole dello zelante scrittore del cinquecento, il Navilio, qual fluisse dal fiume Ticino. Fin dal 1481 Gio Galeazzo Sforza aveva concesso allo zio di estrarre dal fiume Sesia tutta quella quantità d’acqua che fosse necessaria a irrigare la terra pavese e novarese (nota Arch. di Stato Fondo di Religione Santa Maria delle Grazie. Sforzesca. Busta 565. Privilegio 14 novembre 1481).

Dalla Sesia derivava, attraverso l’agro novarese, la roggia che espressamente ampliata da lui, chiamò, dal proprio nome, Mora. “Fece la roggia Mora al beneficio anchor di quel loco deducendola dalla rapida et instabil siccida per l’agro novarese” (nota. Il Colombo interpreta siccida, altrove detto siscida, come Sesia).

Il naviglio sforzesco – che già da tempo il Comune aveva derivato dal Ticino presso Trecate – fu ampliato e vi si versaron le acque della Roggia Vecchia. Con due istrumenti de l21 luglio 1487 e del 22 giugno 1488, stipulati con la città di Novara , Lodovico il Moro si appropriò e acrebbe il canale che già i novaresi avean dedotto dalla Sesia e lo prolungò fino a Vigevano, ed è precisamente quello ricordato e che tuttora ha il nome di Mora; mentre un altro canale che deriva dal Ticino non trae la sua prima origine dallo Sforza, benché egli l’ampliasse. Il Solmi ha diligentemente messo in rapporto numerosi appunti vinciani con quei lavori d’acque voluti dal Moro; e ha trovato Leonardo tutto intento a costrurre un ordegno che trattiene le acque le quali si sprigioneranno violentemente appena esso venga aperto con l’apposita chiave. Da serrare a chiave – scrive Leonardo sotto uno schizzo – uno incastro a l’igevano. E di ricordi di opere idrauliche rigurgita il manoscritto II, dove si trovano osservazioni innumerevoli, probabilmente fatte sulle acque della Mora e del Naviglio, derivate queste dal Ticino e quelle dalla Sesia. Lodovico il Moro aveva rivolte le sue benefiche cure all’incoraggiamento dell’agricoltura, e Leonardo ricorda in modo particolare l’artificiosa disposizione delle viti, e l’uso, consigliato dal Crescenzio, di sotterrare le viti all’inverno, perché il gelo non le possa danneggiare. L’igne di Vigevano, scrive egli adì 20 di marzo 1494, e la vernata si sotterrano” (nota Solmi op. cit.)

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Leonardo alternale opere di pittura con quelle di idraulica, e il suo gran cervello elabora, indaga, scopre cose nuove e applicazioni geniali. Ne’ suoi appunti fugaci nota i risultati ottenuti e i prezzi delle derrate: Mulina da Vigievine: Moggia 5 a bon grano. A sementa umida 4. Tra dì e notte prima 5, seconda 4 e ¾ o 4/5, 100 lire per mola. Altrove osserva: se 12 oncie d’acqua fan dare 30 mila volte a una macina per ora 24 oncie crediamo noi che faccian alla medesima macina 60 mila volte per ora essendo nella medesima caduta e ch’ella macini più altrectanto che la prima; e va ideando “una scala che per, centotrenta gradi, attenuando l’impeto della corrente, trasporta il terreno e riempie una palude”; della quale scala le tracce rimarrebbero tuttavia. Dell’opera sua alla Sforzesca egli dovette essere soddisfatto così da ricordarla più tardi con conpiacenza, dilungandosi a commentare egli stesso il principio su cui l’opera grandiosa si fondava (nota, Solmi op. cit., in base al Codice Leicester. Il Richter, The literary Works, II, riporta il commento di Leonardo allo schizzo che qui riproduciamo in questi termini: “ Scala di Vigevine sotto la Sforzesca di 130 scaglioni alti ¼ e alti ½ braccio, per la qual cade acqua e non consuma niente nell’ultima percussione; e per tale scala è disceso tanto terreno, che asseccò un padule, cioè, riempì: e se n’è fatto praterie da palude di gran profondità”. Il Solmi invece lesse meglio che à secco un padule, cioè riempiuto: e se n’è fatto praterie, di palude di gran profondità.)

“Non esito ad affermare, concludeva il Solmi il suo geniale scritto – che alle glorie di Vigevano e della Sforzesca è unito indissolubilmente il nome di Leonardo Da Vinci”.

Il luogo in breve salì a tale fertilità che, pochi anni dopo, il tenimento sforzesco vantava un reddito di dodicimila lire l’anno, senza quello dei gelsi che ne rendevan, da soli, più di 7 mila. Ma il Moro, nutrendo desiderio d’essere inventore de nove cose, introdusse nella stessa regione la coltivazione del riso (lo modo de fare li risii, assicura il Del Pozzo) e la lavorazione in grandi proporzioni della lana, facendo venir le pecore dalla Provenza o dalla Linguadoca. La cascina che accolse i lanuti quadrupedi fu chiamata – e il nome permane – Pecorara ed è poco lontana dall’edificio della Sforzesca. Sembra però che i diversi pascoli e il clima più rigido togliessero alla lana di quelle pecora la finezza originale.

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Non è nostro compito ripetere la storia minuta della fondazione della Sforzesca , le vicende che la precedettero, l’accompagnarono e la seguirono quali il diligente Colombo riferisce sui documenti (nota. Colombo op. cit. V. anche gli appunti di A. Butti in Arch. St. Lomb. 1904. pag.193 e segg.).

La Villa servì al Moro di residenza temporanea estiva , di ritrovo negli spassi campestri e nelle cacce. Con atto del 28 gennaio 1494 egli faceva dono, come già ricordammo, alla consorte Beatrice dei possedimenti della Sforzesca, della Mora, della Ciarlotta, di Capo di Monte, di Villanova, di Sartirana (dov’era ed è un castello), di Leale, di Cusago con le relative case e fortilizi (nota. Arch. di Stato, Fondo di Religione. S. Maria delle Grazie. Sforzesca. Busta 566).

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Sembra che dell’elegante dificio, anzi dei quattro edifici della villa, fosse architetto – piuttosto che Leonardo stesso come sospettò qualcuno – un messer Guglielmo da Camino gentiluomo del duca, che si dilettava di ingegneria. La cosa è narrata dal Del Pozzo che lo conobbe. Lo disse di famiglia gentilizia e amico del Moro, uomo di piacevole compagnia e proprietario di un podere detto anche oggi la Camina in quel di Vigevano sulla riva del Ticino. Il Colombo e qualche altro sospettarono che il Da Camino costruisse forse la villa su disegno del Bramante. ma noi non possiamo accogliere, nemmeno come ipotesi così nobile intervento senza urtare contro le più semplici e prudenti conclusioni della critica moderna, e pensiamo che Bramante non c’entri per nulla. L’intervento di Bramante nei lavori del castello della vicina Vigevano è a portarsi molto più tardi della costruzione della Sforzesca – così il Muntz, cioè al 1492 – e quella per la non lontana chiesa di Abbiategrasso al 1497 (perché così e non al 1477 come sembrò al Geymuller , va letta la data incisa sulla fronte). Quando l’edificio della Sforzesca nel 1486 fu finito, l’attività del grande urbinate in Lombardia era da poco iniziata, se la sagrestia di San Satiro risale al 1485 circa, mentre la canonica di S.Ambrogio è del 1492 e dell’epoca stessa il tiburio di Santa Maria delle Grazie. Lo stile della Sforzesca, ben lontano dal classicismo rinnovato che caratterizza l’arte di Bramante, rappresenta invece un tenace attaccamento a quell’architettura prettamente lombarda che trovò nei Solari i più fecondi interpreti. La Sforzesca infatti – benché priva del fossato, del ponte levatoio, della merlatura, alternata nei “corridoi” o porticati (oggi ridotti a stalle o a locali d’abitazione) che legavan fra loro in un immenso quadrilatero i quattro corpi più elevati dell’edificio, mutilata nelle parti più alte delle stesse torri o colombare meglio conservate che guardan la vallata del Ticino benché mancanti oggi delle merlature e delle finestre antiche di cui rimangon le tracce, – conserva tuttavia la maggior parte delle linee architettoniche e dei motivi ornamentali della prima costruzione, così che un ripristino (che il proprietario marchese Rocca Saporiti per nostro consiglio va ventilando) sarebbe facile e desiderabile. Le linee generali, le finestre a sesto acuto, ornate di ghiere in cotto e del davanzale ad archetti, le decorazioni araldiche e i fregi a modeste riseghe son ben quelle degli edifici lombardi che precedono la rinnovazione dell’arte edilizia per opera di Bramante. Nulla ci richiama – anche se si tratti di un edificio campagnuolo – al movimento di linee classiche al colorito degli effetti, al vigore di colonne, di nicchie, di accostamenti che il grande artista ottenne superbamente a Vigevano stesso, ad Abbiategrasso, a Milano. In una parola è lo stile gotico di transizione che vi permane e quasi nulla vi accenna ai precetti della Rinascenza bramantesca.

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Dalla Sforzesca fino al Ticino si stende una vasta zona — percorsa da viottoli non sempre praticabili — ch’era, un tempo, il parco riservato alle cacce ducali. È un terreno vario, a leggere ondulazioni, bene adatto a quelle grandi emozionanti cacce di che le lettere del tempo ci ravviveranno il ricordo. Oltre Vigevano fin verso Abbiategrasso (l’Abbiate dei documenti venatorii) le grandi praterie tagliate da numerosi corsi d’ acqua si alternano a vaste brughiere paludose nelle quali il Ticino si insinua e serpeggia a vasti piani scoperti in cui la caccia doveva farsi più febbrile e le corse a cavallo delle gaie frotte dei cacciatori dovevan esser più lunghe e affannose dietro i daini e i cinghiali sfuggenti ai dardi delle stambecchine. Percorrendole, dopo letti i vivaci richiami degli informatori ducali, non è difficile sforzo di fantasia veder tuttora sbucare dalle macchie folte di piante selvatiche il gruppo multicolore dei cavalieri e delle dame, fra le quali sempre instancabile e sempre gaia Beatrice, forte in arcioni, e sentire i grugniti selvaaggi dei cinghiali ravvivar le urla delle mute dei cani alternate coi richiami dei corni da caccia e le grida delle più ardite donzelle del seguito. Chi sa? Forse l’eco delle antiche gesta non è ancor spento in certi angoli reconditi della

brughiera, benché non vi s’oda oggi che il murmure delle fonti. E Abbiate, Corsico, Gaggiano, Villanova (dov’è tuttora una piccola cascina), Laponcera, forse la podàzera o podazolla (da puazza e padus, padule?) — dalla sua regione ch’è tutta infatti una palude — e un vecchio parco verso Cassolo e la cascina della Pecorara (un edificio quadrangolare, molto rifatto, con qualche vecchio stemma) e anche più lontani luoghi verso Mortara o — verso Milano — Cusago col gran bosco folto di Chiappa grande, Monzoro, Baggio hanno certo veduto le vicende delle cacce sforzesche. Dove non son paludi, più lontano dal Ticino, il terreno è così fertile che vi si falcia fin quattro

volte l’anno e vi sorgon belle file di piante e numerose fattorie con le torri a colombaie, e il verde trionfa sovrano.

Più tardi Lodovico il Moro, abbattuto da disgrazie famigliari e dalle avverse vicende politiche che gli s’andaron addensando sopra, mutò — per un di quei fenomeni psicologici delle coscienze (se pure le coscienze c’entravan davvero) — sentimenti, e cercò farsi amici religiosi e frati. Le emozioni delle belle cacce alla Sforzesca e dei lieti ritrovi campestri eran tramontate per sempre. Nel 1498 egli donò la Sforzesca al convento di Santa Maria delle Grazie di Milano. E i frati continuaron per lunga pezza, ne’ loro riti, a conservar ricordo del donatore e de’ suoi.

Paola Mangano

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