Pinin Brambilla Barcilon; la sua vita con Leonardo e alcuni ricordi che ho di lei

Pinin Brambilla Barcilon all'inizio dei lavori di restauro sull'Ultima Cena di Leonardo

Pinin Brambilla Barcilon all’inizio dei lavori di restauro sull’Ultima Cena di Leonardo

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Pinin Brambilla, in quegli anni che lavorammo sulle sue commissioni, è di una donna che non sorrideva mai. Non credo sia cambiata; faceva parte della sua formazione e personalità e forse non sbaglio nel dire che era una forma di difesa in un mondo, quello del restauro, dominato negli anni passati essenzialmente da figure maschili. Lo dice lei stessa nel libro “La mia vita con Leonardo” quanti pregiudizi dovette affrontare per rivendicare le sue capacità e competenze. Immagino che, come ogni donna che pretende adeguata considerazione in professioni tradizionalmente maschili, si sia costruita una certa ruvida corazza adeguatamente forgiata per far fronte alle situazioni più difficili. Una bellissima foto degli anni cinquanta, presente all’interno del libro, ritrae la Brambilla con una sua collega intente al restauro della “Vocazione di san Matteo” del Caravaggio vestite con gonna, rigorosamente sotto il ginocchio, e decolté tacco cinque. I pantaloni dovevano ancor essere fuori luogo, una difficoltà in più per una donna restauratrice che era obbligata a salire su scale e ponteggi abbigliata in tal modo.

Ma lei ce l’ha fatta. Non solo; è diventata la restauratrice più famosa al mondo nota in modo particolare per la memorabile impresa del restauro dell’Ultima cena di Leonardo. Il libro, edito da Electa, racconta proprio di questa esperienza durata 20 anni, una magistrale opera, essa stessa, sul dipinto più famoso al mondo. Un intervento di questa portata, carico di problematiche tecniche estremamente delicate, ha visto in un così lungo lasso di tempo frequenti ricambi del personale preposto alla tutela; cinque titolari del ministero, alcuni direttori generali, quattro direttori dell’ICR del Restauro, due o tre comitati di settore, altrettanti o anche più soprintendenti, dispute e contrasti, un turbinio di attenzione mediatica, visite continue di studiosi, politici e regnanti da ogni parte del mondo. Tutto ciò deve aver messo a dura prova non solo la pazienza della Brambilla ma anche la sua concentrazione in un lavoro che richiedeva dedizione assoluta.

Leonardo da Vinci - Ultima Cena -Santa Maria delle Grazie, Milano, prima dei restauri

Leonardo da Vinci – Ultima Cena -Santa Maria delle Grazie, Milano, prima dei restauri

Leonardo da Vinci - Ultima Cena -Santa Maria delle Grazie, Milano, come si presenta oggi

Leonardo da Vinci – Ultima Cena -Santa Maria delle Grazie, Milano, come si presenta oggi

“Certe volte non lo sopporto, non lo reggo più, lo odio.” esordiva così ad un’intervista nell’aprile del 1985, anno in cui la conoscemmo, quando per la prima volta mise alla prova Mauro Nicora affidandogli la ricostruzione pittorica dei pilastri a candelabra della Rotonda dell’Appiani a Monza.
Da quel momento in poi, che segnò l’inizio della collaborazione della nostra ditta con lei, ci parlò ripetutamente della grandiosa impresa di restauro che stava compiendo. Celando un orgoglio professionale che comunque, giustamente, traspariva dai suoi racconti, di volta in volta ci teneva aggiornati sui passi avanti e sui vari intoppi, per lo più burocratici, che via via incontrava sul suo cammino. Durante i lavori di restauro, in uno dei locali adiacenti al refettorio di Santa Maria delle Grazie ove appunto si trova il Cenacolo leonardesco, la Pinin Brambilla gestiva uno studio dove svolgeva la sua attività di restauro di tele. La vicinanza al “sacro” luogo vinciano le permetteva di lavorare contemporaneamente ad altre importanti opere senza perdere di vista il Cenacolo”. Un giorno io e Mauro ci recammo in tal luogo per consegnare un lavoro da poco compiuto, una serie di tele dipinte a grottesca realizzate per l’allestimento di una casa museo nei Paesi Bassi. Fu l’occasione per poter vedere da vicino l’intervento di restauro. La Brambilla ci invitò sui ponti e la cosa che più ricordo di quell’esperienza è il mio terrore di essere in quel posto. Sapevo che non era permessa la sosta di più persone vicino all’affresco e questo divieto mi tolse il gusto di poter ammirare da vicino sia l’opera di Leonardo che l’intervento in corso. Un timore reverenziale dovuto ma sicuramente eccessivo, una sopraffazione di emozioni che mi ha privato per sempre di un’esperienza così unica nel suo genere. Leggere “La mia vita con Leonardo” di Pinin Brambilla ha colmato in un certo modo questo vuoto perché esso non contiene solo indicazioni tecniche del restauro ma anche e soprattutto le emozioni che investirono e accompagnarono la restauratrice in tutti quegli anni tanto da sentirmi di comprenderla, in questa mia fase matura, e per certi versi, se mi è permesso dire, di perdonarla di non averci mai elargito nemmeno un sorriso.

Una lettura veloce, sciolta e limpida ma allo stesso tempo profonda e competente adatta ad un pubblico ampio e che consiglio vivamente a tutti gli appassionati d’arte.

Paola Mangano

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