Affresco cap. XIII – Del colorare a fresco – Colori per affresco

A costo di essere ripetitiva ritengo necessario esporre brevemente la tecnica del dipingere ad affresco facilitando così quei lettori che arrivano a leggere questo post senza essere passati dai precedenti dodici capitoli.

Dipingere ad affresco significa posare pigmenti colorati su uno strato finale, ancora umido e steso di recente, di intonaco. Il motivo per cui questi pigmenti mescolati solo con acqua, senza aggiunta di collanti o leganti, aderiscono all’intonaco quando si asciuga è di natura chimica. Quando la calce brucia, perde il suo acido carbonico, ma lo recupera gradualmente dall’aria circostante e quest’acido carbonico, nell’essere riassorbito, serve a fissare i colori usati nell’affresco. E’ un errore dire che i colori “affondano nell’intonaco umido”. Rimangono in superficie fissati in una sorte di pelle cristallina formata dal carbonato di calce che si è depositato sulla superficie dell’intonaco. Questa pellicola cristallina conferisce una luminescenza quasi metallica alla superficie dell’affresco e protegge i colori dall’azione dell’umidità esterna, anche se vi sono molte cause, chimiche e fisiche che possono contribuire al loro decadimento. Ma se sono state prese le giuste precauzioni e le condizioni atmosferiche rimangono favorevoli, la pittura a fresco è piuttosto duratura. Come abbiamo visto nei capitoli precedenti il processo pittorico deve essere molto rapido, perché va completato prima che l’intonaco si asciughi. Perciò l’artista deve affrontare quotidianamente solo la porzione di intonaco fresco che intende portare a termine durante la giornata, porzione di lavoro finito che sarà rifilato lungo la linea del contorno per permettere l’aggancio del nuovo intonaco il giorno successivo. Su questo intonaco fresco il pittore trasferisce il disegno che intende affrontare utilizzando cartoni (incidendo le linee del disegno sull’intonaco fresco per mezzo di uno stilo) o con quello che viene definito “spolvero” (il disegno su cartone viene bucherellato così che picchiettando una sacchetto di garza riempito di polvere di colore sui fori i contorni punteggiati del disegno saranno trasferiti sulla parete).

“Prima di por mano alla pittura si debbon preparare i colori e le tinte almeno quanto basta per una figura; anzi se si dovesse far qualche grande architettura, è necessario preparar una tinta maestra, che serva a tutta l’opera, altrimenti sarebbe difficile che, facendola in diversi tempi, si accordasse perfettamente.” A. Pozzo, De perspectiva pictorum et architectorum, pag. 466 e succ., Roma 1693

Circa 150 anni dopo gli scritti del Vasari sulle varie tecniche della pittura, introduzione alle famose “Vite”, già precedentemente descritti, il padre gesuita Andrea Pozzo, pittore, architetto e teorico della prospettiva (Trento 1642 – Vienna 1709), nelle ultime sette pagine del suo libro “De perspectiva pictorum et architectorum” ci ha lasciato una “Breve instruttione per dipingere a fresco” di grande utilità sia per comprendere come era cambiata la tecnica di preparazione dell’intonaco stesso (non più eseguito con superficie liscia e levigata come quella di uno specchio ma granulosa, ruvida come si usava fare per la pittura a secco) sia per l’elenco dei colori che potevano essere usati per dipingere ad affresco che riporterò nel prossimo capitolo.

A parer mio un ottimo sunto dei trattati antichi arricchito dalle esperienze nel campo più tarde ad uso del frescante moderno è senza dubbio lo scritto di Leone Augusto Rosa La tecnica della pittura dai tempi preistorici ad oggi” edito a Milano nel 1937 dalla Società Editrice Libraria e che io provvidenzialmente fotocopiai per intero più di 30 anni fa da un originale conservato in una biblioteca milanese e dal quale giustamente prenderò spunto per completare questo percorso sull’affresco.

Colori in polvere

Colori in polvere

Prima di dipingere il pittore dovrà occuparsi della purificazione e macinatura dei colori. Oggigiorno si trovano in commercio colori già macinati e basta quindi unirli all’acqua. Ma siccome i colori intrisi di acqua risultano più scuri di quello che saranno una volta asciutti (alcuni variano meno di altri per cui ci vuole una costante pratica per cavarsela con una certa perfezione) si dovranno provare volta per volta le tinte preparate per vedere se corrispondono a quelle stabilite nel bozzetto. Un sistema comodo è quello di testarle sul gesso che, essendo molto assorbente, appena si dà la pennellata ne beve rapidamente il liquido ed il colore così depauperato rivela in modo immediato il tono che più o meno avrà quando sarà asciutto sul muro. Alcuni misurano il colore a peso e l’acqua con vetro graduato prendendone nota in modo che quando è necessario rifare le medesime tinte le si possa rifare uguali. La densità ottimale la si ottiene quando sollevato il pennello dalla ciotola il colore lascia cadere soltanto una o più gocce; se il colore fila continuo vuol dire che è troppo acquoso e non è adatto per iniziare ad affrescare ma piuttosto per rifinire a velature laddove si rende necessario. Inutile dire che è opportuno fare molta pratica per ottenere i risultati sperati e che queste che si andranno elencando sono solo indicazioni generali difficili da codificare e precisare.

Ma quali colori usare? E’ risaputo che nella tecnica ad affresco possono essere usati solo i colori che resistono all’alcalinità della calce e quindi quelli di natura minerale. Augusto Rosa nel suo manuale precisa che il pittore moderno che vuol dipingere ad affresco possiede una tavolozza più ricca rispetto a quella dei maestri del passato in quanto la sperimentazione nel campo ha potuto verificare la resistenza anche di colori come il cadmio limone e scuro, il giallo di stronziana, il giallo di zinco, il rosso d’Helio, il rosso di Cadmio, l’azzurro e il verde di cobalto, il verde smeraldo, il verde oltremare e il violetto di Marte.

Oltre a questi si possono usare il rosso indiano, la terra gialla e la terra rossa, la terra d’ombra, la terra di Siena naturale e bruciata ed anche il verde veronese che fu usato da diversi artisti e tra questi da Ludovico Carracci, nonché la terra verde qualora sia di buona qualità perché ve ne sono molte che non sono buone. Sempre il Rosa aggiunge a riguardo che alcuni chimici del suo tempo ritenevano che la terra verde, l’ocra e la terra di Siena fossero causa di disintegrazione della superficie su cui posano e “…di fatto per la terra verde si sarebbe indotti a pensarlo guardando gli affreschi del Luini alla Galleria di Brera in Milano e l’affresco del Cortiletto della Casa dei Vettii a Pompei sebbene i guasti in queste opere possono essere dovuti ad altre cause. Ma tanti altri affreschi che furono dipinti con molta terra verde e con molti dei colori incriminati stanno lì solidi a tutta prova.” I neri riescono generalmente male ad affresco eccetto quello ottenuto con carbone di quercia che è ottimo. Si può usare anche il nero di manganese, la terra di Colonia bruciata, il Caput Mortum, la terra nera di Venezia, il cinabro lavato in acqua di calce. Come sappiamo quest’ultimo colore veniva usato dagli antichi applicandolo direttamente sulla calce fresca e resisteva benissimo; però alcune volte preparavano l’intonaco a riceverlo dandogli una mano di ocra. Ad ogni modo da allora in poi si immerse il cinabro in acqua bollente di calce, di quella cioè che galleggia sulla calce dopo che si è spenta e riposata. In questo modo il cinabro risulta più pallido ma sicuramente inalterabile. Il Rosa consiglia di ripetere l’operazione con nuova acqua di calce per cinque volte per essere più sicuri del risultato finale.

terra d'ombra bruciata

terra d’ombra bruciata

terra d'ombra naturale

terra d’ombra naturale

terra siena naturale

terra siena naturale

terra di siena bruciata

terra di siena bruciata

Resistenti all’affresco sono anche il rossetto d’Inghilterra che nel seccare par lacca e fa quasi lo stesso effetto del vetriolo bruciato al forno e macinato in acqua di vite (Ossido rosso di ferro il quale dicono si ottenga mettendo del vetriolo romano in un vaso ed esponendolo al fuoco finché da verde diventi bianco; a questo punto lo si passa in un vaso non vetriato e lo si introduce entro la fornace. Dopo questa ustione lo si lava con acqua pura per liberarlo dell’acido solforico ch’esso ancora contiene e poi che sarà asciugato sarà pronto per l’uso. Il padre Andrea Pozzo si serviva di questo vetriolo per abbozzare le stoffe su cui poi sovrapponeva del cinabro traendone dei porpora meravigliosi).

Volendo dell’azzurro sicuro non vi è altra scelta che tra lo smaltino, il blu di cobalto e l’azzurro di lapislazzuli. Un certo azzurrino pallido si ottiene mescolando del bianco e del nero, soprattutto se il nero è di carbone di quercia. Questa miscela è stata sovente usata dal Tiepolo per i suoi cieli con grande effetto. Lo smaltino è un azzurro di cui già nell’antichità se ne fabbricava di bellissimo. Vitruvio ne dà la ricetta precisando che si faceva con rena mista a fior di nitro macinati finissimamente e amalgamati per mezzo dell’acqua a della raschiatura di rame. Fattene delle pallottole si mettevano al forno in una pignatta e si otteneva il colore desiderato. Però se l’azzurro di cobalto si può usare ad affresco, il lapislazzuli come lo smalto ed il nero non si possono usare che misti ad una colla o a dell’uovo o anche a del siero di sangue, poiché questi colori non ritengono l’acqua. Si crede in generale che i colori di un affresco siano stati proprio tutti diluiti con sola acqua, ma non è così. Cennini di fatto spiega che “il nero di carbone va misto a ovo sia a fresco che a tempera e così si opera con gli smalti in polvere.” Spesso ad affresco davano sulla parte che doveva poi risultare azzurra una tinta marrone/rossastra e quando questa era asciutta vi sovrapponevano a tempera l’azzurro ottenendone maggior splendore.

Lapislazzulo

Lapislazzulo

Per schiarire i colori e per fare dei bianchi non vi è nulla di meglio del bianco S. Giovanni che non è altro che calce spenta seccata e ridotta in polvere, messa in un catino per otto giorni cambiandogli l’acqua e rimescolandola ben bene ogni giorno. Dopo questo trattamento la si toglie dal bagno e la si fa asciugare al sole ridotto in piccoli pani. Per renderla migliore si ripete l’operazione e tanto più vecchia sarà meglio sarà. Anche i bizantini adoperavano la calce spenta come bianco e andavano a cercarla nelle fosse più vecchie che avevano servito a spegnere la calce. I testi consigliavano di assaggiare con la lingua questa calce e se la sentivano ancora amara la si doveva scartare essendo buona solo quella che sapesse di terra e non altro.

Paola Mangano

Bibliografia:
– Giorgio Vasari, Le tecniche artistiche, introduzione e commento di G. Baldwin Brown, Neri Pozza Editore Vicenza 1996
– Leone Augusto Rosa “La tecnica della pittura dai tempi preistorici ad oggi” Milano 1937 Società Editrice Libraria

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