Affresco cap. XIV – Colori per affresco dal padre Andrea Pozzo

Tollini

L’elenco dei colori che il padre Pozzo ci dice poter essere usati per dipingere ad affresco è per noi di grande interesse per chiarire e comprendere, dal lato tecnico, certi aspetti della pittura del tardo Seicento e Settecento (il padre Pozzo visse dal 1642 al 1709 A. Pozzo, De perspectiva pictorum et architectorum).

Frontespizio del libro di A. Pozzo, De perspectiva pictorum et architectorum

Frontespizio del libro di A. Pozzo, De perspectiva pictorum et architectorum

I suoi consigli dovevano essere infatti molto seguiti, dato che il suo libro ebbe grande fortuna e risonanza in tutta Europa; dopo la prima edizione ne vennero pubblicate ben altre sette (l’ultima del 1793) e, oltre il testo latino e italiano, traduzioni in francese, inglese, tedesco (inoltre la sua “Breve istruzione” fu inclusa in una “Antologia dell’arte pittorica” Augusta 1784 pagg. 277-290). E’ da notare che padre Pozzo, che nei casi difficili indica le regole da seguire per la fattura di buoni colori, era riuscito ad adoperare in fresco il cinabro, colore da sempre ritenuto contrario a tal genere di pittura, unendolo con l’acqua “che bolle” al momento in cui si fa la calce viva. Ugualmente si potevano ottenere bianchi da usare in affresco ricorrendo all’unione con la calce nelle maniere indicate, da gusci d’uovo o da polvere di marmo. Utile è quindi, data anche la difficoltà di poter avere sottomano il testo di padre Pozzo (a differenza del “Libro dell’arte” del Cennini) riportare quanto scrive il nostro artista:

“Bianco di calce – cioè bianco san giovanni – è il meglior di tutti per mescolarlo con i colori sì per le carnagioni come per i panneggiamenti, purché la calce sia stata bagnata di sei mesi o un anno. Si distempri con acqua e si coli per setaccio in qualche vaso capace, lasciandola calare a fondo e gettarne via l’acqua che galleggia, onde possa tenersi su la tavoletta de’ pittori” gli stessi consigli all’incirca del Cennini.

“Bianco di scorze d’uovo: questo ancora è molto bianco ed è buono ad adoprarsi a fresco ed a secco e per comporre i pastelli per ritoccare. Si raduna prima gran quantità di detti gusci, purgansi poi dalle feccie con farli bollire con un pezzo di calce viva, avendoli però alquanto pesti, poi si colano e lavansi con acqua di fontana; dinuovo più sottilmente si pestano e lavano, il che tante volte si torna a fare finché ne coli l’acqua chiara; indi si macinano sottilissimamente su la pietra da pittore, se ne fanno piccoli pani i quali, asciugati che sieno al sole, si adoperano per carnagioni o panni bianchi e dounque sarà in piacere. E’ d’avvertire però che, se tal sorte di gusci pesti stessero per qualche tempo bagnati, renderebbero una puzza insopportabile; il rimedio si è, chiusi bene in vaso di terra, mandarli a cuocere alla fornace.”

“Bianco di marmo di Carrara: si riduce in polvere il marmo e si macina con acqua mescolando con la calce acciò abbia più corpo; anch’egli è buono, ma questa fatica è superflua a chi ha calce vecchia o gusci d’uova.”

“Cinabro: questo colore è il più vivace di tutti ed è affatto contrario alla calce, particolarmente quando è esposta all’aria; quando però la pittura sta al coperto, io l’ho spesso adoperato in molti panneggiamenti, avendolo però prima purgato col secreto che ora dirò. Prendasi cinabro puro in polvere e postolo in una scodella di maiolica vi s’infonde sopra quell’acqua che bolle quando in essa si disfà la calce viva, ma sia l’acqua quanto più chiara si può; poi si getti l’acqua e più volte allo stesso modo vi si rifonda della nuova; in questa maniera il cinabro s’imbeve della qualità della calce né le perde gia mai”. Si può qui ricordare che nel Trecento, ma solo a Firenze come ci fa sapere il Cennini (“non so che s’usi altrove che a Firenze”), il cinabro si contraffaceva in affresco con il cinabrese che si otteneva mescolando la più bella e più chiara sinopia con un purissimo bianco san giovanni (due parti di sinopia e una di bianco), ottenendo un colore “perfettissimo ad incarnare, o ver fare incarnazioni di figure in muro e lavorarlo in fresco….e talvolta ne può fare di belli vestiri, che in muro paiono di cinabro” (Cennini cap. XXXVIIII).

“Vetriolo brugiato: riesce mirabilmente sulla calce fresca il vetriolo romano cotto alla fornace, macinato con acqua viva; fa da sé solo un rosso come di lacca, ma particolarmente è buono per abbozzare e far il sostrato al cinabro; da amendue in un panneggiamento ne risulta un colore di lacca fina al pari dell’oglio.” Il vetriolo verde è un solfato ferroso che, cotto in fornace, per decomposizione termica, e conseguente ossidazione, dà luogo ad ossido ferrico rosso.

“Rossetto d’Inghilterra: in mancanza del vetriolo fa quasi l’istesso effetto per essere anch’egli di vetriolo; se si adopera con chiari-oscuri, su la calce ben fresca, al seccarsi par lacca.”

Segue l’elenco delle terre cominciando dalla terra rossa; “questa terra (come tutte le altre sono più proprie per dipingere a fresco) si adopera per le carnagioni, panneggiamenti e ovunque fa bisogno.”

“Terra gialla brugiata: tira al rosso pallido ed è buona per gli oscuri delle carnagioni, mescolata con terra nera di Venezia; serve ancora per le ombre de’ panneggiamenti gialli”

“Terra gialla chiara: in Roma si adoprano due sorti di terre gialle, una chiara e l’alra oscura, nel loro genere ambedue bellissime; si adoprano con polizia né panneggiamenti, non hanno invidia al giallolino; altre terre gialle si trovano in altre parti d’Italia.”

“Giallolino di fornace: chiamasi in Roma giallolino di Napoli. Io l’ho adoprato a fresco e si è conservato; ma non mi sono mai cimentato di esporlo all’aria.” (è il giallorino ricordato dal Cennini)

“Pasta verde: è fatta col sugo di spincervino (spino cervino, pianta che ha bacche di colore verde); mescolata con calce bianca diventa gialla, ma il colore svanisce alquanto.”

“Terra verde: quella di Verona è la più bella, anzi l’unica per panneggiamenti sulla calce fresca, essendo gli altri verdi quasi tutti artificiali e contrarii alla calce; altre terre verdi si trovano, ma inferiori.”

“Terra d’ombra: è buona per le ombre particolarmente de’ panneggiamenti gialli.”

“Terra d’ombra brugiata: è molto eccellente per le ombre delle carnagioni mescolata con terra nera di Venezia, particolarmente nei maggiori oscuri.”

“Terra nera di Venezia: è la più oscura di tutte per lavorare a fresco, e buona per gli oscuri dlle carnagioni e fa lo stesso effetto della fuliggine a secco, o del spalto – asfalto – a oglio.”

“Terra nera di Roma: fa l’effetto che fa il nero di carbone e si adopera assai per tutto.”

“Nero di carbone: si prende legno di vite, si brugia e si macina; è buono ad ogni sua proprietà. Vi è più sorti di neri, di ossa di persiche brugiato (noccioli di pesche), di carta, di feccie, di vino (la posatura di vino calcinata) che tutti son buoni per lavorare a fresco, salvo il nero d’osso.”

“Smaltino: è buono a fresco e si deve porlo prima di tutti gli altri colori mentre la calce è ancora fresca, altrimenti non attacca; passata un’ora si dà la seconda manoacciò resti del suo bel colore. Il più semplice può servir per ombre, ma nei maggiori oscurisi adopra nero di carbone. Di tutti li colori accennati s’intende mescolati con bianco per cavarne il chiaro e scuro, e le mezze tinte all’uso dei pittori.” Lo smaltino, chiamato anche azzurro di Sassonia, è polvere vitrea di silicato di potassio colorata in azzurro dall’ossido di cobalto.

“Oltremarino: riesce tanto a fresco quanto a secco; solo non si adopra da molti perché egli è caro.” (già il Ghirlandaio, nella cappella Tornabuoni in S. Maria Novella a Firenze, era riuscito a usare il lapislazzuli in affresco, probabilmente ricorrendo a un “segreto” analogo a quello che il padre Pozzo ci descrive per il cinabro).

“Morel di sale: mescolato con lo smaltino fa pavonazzo, anzi per sé solo fa la detta tinta.”

“Questi – scrive alla fine il padre Pozzo – sono i colori che si possono adoprare nelle pitture a fresco. Colori contrari alla calce e che non si possono adoprare nelle pitture a fresco sono biacca, minio, lacca di verzino, lacca fina, verde rame, verde azzurro, verde porro, verde in canna, giallo santo, giallolino di Fiandra, orpimento, indico, nero d’osso, biadetto”

il padre gesuita Andrea Pozzo, pittore, architetto e teorico della prospettiva (Trento 1642 - Vienna 1709), nelle ultime sette pagine del suo libro “De perspectiva pictorum et architectorum” ci ha lasciato una “Breve instruttione per dipingere a fresco” di grande utilità sia per comprendere come era cambiata la tecnica di preparazione dell’intonaco stesso sia per l’elenco dei colori che potevano essere usati per dipingere ad affresco.

Il padre gesuita Andrea Pozzo, pittore, architetto e teorico della prospettiva (Trento 1642 – Vienna 1709), nelle ultime sette pagine del suo libro “De perspectiva pictorum et architectorum” ci ha lasciato una “Breve instruttione per dipingere a fresco” di grande utilità sia per comprendere come era cambiata la tecnica di preparazione dell’intonaco stesso sia per l’elenco dei colori che potevano essere usati per dipingere ad affresco.

Bibliografia:
– Ugo Procacci, Luciano Guarnieri, Come nasce un affresco, Casa Editrice Bonechi Firenze, 1975.

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