Pigmenti – Azzurro oltremare naturale, lapislazzuli

Nome (nomi alternativi): Oltremare (oltremare naturale; lapislazzuli, azzurro di Baghdad)

Formula: 3Na2O·3Al2O3·6SiO2·2Na2S

Origine e caratteristiche: Pigmento naturale ottenuto dal lapislazzuli, cristallo blu intenso composto da diversi minerali quali lazurite, pirite (le pagliuzze dorate) e calcite (le ombrature grigiastre). Il termine trae origine dal latino medioevale “lapis lazuli”, ovvero “pietra di lazulum”, a sua volta adattamento dall’arabo lazuward, ovvero “azzurro”. In passato proveniva da miniere localizzate nell’Afghanistan, da dove giungeva a Venezia per essere poi commercializzato in tutta Europa. Dal XIX secolo si iniziarono a sfruttare anche giacimenti in Siberia (nella zona del lago Baikal), nelle Ande cilene e nella stessa Italia.

Lapissuite
Non si sa chi scoprì il metodo per estrarre il pigmento dai detriti di lapislazzuli. Lo storico Daniel Thompson, nel suo trattato “The materials and techniques of medieval paintings” (1956), propose l’ipotesi che il nome “oltremare” fu dato al pigmento dagli Europei che lo importavano dall’Oriente (spiegando così il suo nome, “oltre-mare”) prima che fossero capaci di preparalo estraendolo dalla pietra.

Il procedimento per l’estrazione dell’oltremare è accuratamente descritto da Cennino Cennini nel suo Trattato dell’Arte (1) e fornisce un’idea degli sforzi necessari all’artigiano/pittore per ottenere questo splendido colore.

10540_1La sua bellezza era pari solamente al suo costo: per tutto il Medioevo e oltre, infatti, questo fu uno dei colori più cari, anche più dell’oro.
Significativo dal punto di vista del pregio è l’aneddoto sul Perugino raccontato dal Vasari nel “Le Vite”; i frati Gesuiti di Firenze, tra i più rinomati fornitori di oltremare, avevano incaricato il Perugino di dipingere un affresco per il quale era stata stanziata una cifra che copriva il prezioso pigmento;

“Era, secondo che io udii già raccontare, il detto priore molto eccellente in fare gl’azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Piero in tutte le sopra dette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiducciato, che non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non disiderava quel d’altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare; e così presa una catinella d’acqua, imposto che aveva o panni o altro, che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata; dopo, cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Piero risciacquava il pennello nella catinella, onde era più quello che nell’acqua rimaneva, che quello che egli aveva messo in opera. Et il priore, che si vedeva votar il sacchetto et il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: “O quanto oltramarino consuma questa calcina!”. “Voi vedete”, rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: “Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degl’uomini da bene che non ingannano mai chi si fida, ma sì bene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiducciati come voi sete”.

L’uso del pigmento era stabilito in anticipo dal committente, di frequente attraverso contratti che ne descrivevano quantità e prezzo, soprattutto in Italia. Usare l’oltremare non era solo uno sfoggio di ricchezza da parte del committente, la sua devozione, i suoi meriti e la sua posizione sociale; specialmente nel medioevo conferiva virtù al dipinto e veniva spesso usato per il caratteristico colore azzurro della veste della Vergine Maria.
Con l’avvento della pittura ad olio l’oltremare perse la sua supremazia e maestosità perché i pittori per ottenere un blu completamente saturo erano costretti ad aggiungere biacca al pigmento naturale corrompendo così la purezza del materiale. E’ pur vero anche che nel corso dell’Umanesimo la reverenza per i materiali in quanto mezzo di valorizzazione religiosa subì un ridimensionamento notevole contribuendo senza dubbio al declino di questo pigmento.

“Solo dopo che venne superata l’annosa riluttanza a mescolare l’oltremare col bianco i pittori furono liberi di scoprire le possibilità di tutta una gamma di azzurri, in varie gradazioni di luminosità…..Entro il XV secolo il blu non veniva più associato soltanto alla notte stellata, alla volta celeste, al gaio cielo del giorno.” (Paul Hills)

Per secoli gli azzurri rimasero quindi un articolo di lusso per i pittori.

Il pigmento veniva usato principalmente nella pittura su tavola e nella miniatura dei codici, ma era usato anche su muro. A causa del suo altissimo costo spesso veniva steso come velo sottile sopra uno strato di azzurrite. Era usato inoltre in miscele con biacca e con lacca rossa.
L’oltremare si mantiene inalterato nel tempo sia su carta sia su tavola. Dove è miscelato con biacca non si nota l’annerimento di quest’ultima, come lascerebbe pensare il contatto con il solfuro d’idrogeno H2S liberato dalla lazurite all’acidità del legante oleoso o resinoso.

Oggi viene anche ottenuto sinteticamente.

Resistenza: stabile ai normali agenti atmosferici; si decompone e decolora con gli acidi.

Tecniche: adatto a tutte le tecniche ma soprattutto per le tempere su tavola e secondariamente per la pittura murale.

Paola Mangano

SONY DSC

Note

1) Cennino Cennini – Il libro dell’arte – CAPITOLO LXII.

Della natura e modo a fare dell’azzurro oltramarino.

Azzurro oltramarino si è un colore nobile, bello, perfettissimo oltre a tutti i colori; del quale non se ne potrebbe nè dire nè fare quello che non ne sia più. E per la sua eccellenza ne voglio parlare largo, e dimostrarti appieno come si fa. E attendici bene, però che ne porterai grande onore e utile. E di quel colore, con l’oro insieme (il quale fiorisce tutti i lavori di nostra arte), o vuoi in muro, o vuoi in tavola, ogni cosa risprende.

Prima, togli lapis lazzari. E se vuoi cognoscere la buona pietra, togli quella che vedi sia più piena di colore azzurro, però che ella è mischiata tutta come cenere. Quella che tiene meno colore di questa cenere, quella è migliore. Ma guar’ti che non fusse pietra d’azzurro della Magna, che mostra molto bella all’occhio, che pare uno smalto. Pestala in mortaio di bronzo coverto, perché non ti vada via in polvere; poi la metti in su la tua prìa profferitica, e triala sanza acqua; poi abbia un tamigio coverto, a modo gli speziali, da tamigiare spezie; e tamigiali e ripestali come fa per bisogno: e abbi a mente, che quanto la trii più sottile, tanto vien l’azzurro sottile, ma non sì bello e violante e di colore ben nero; chè il sottile è più utile ai miniatori, e da fare vestiri biancheggiati. Quando hai in ordine la detta polvere, togli dagli speziali sei oncie di ragia di pino, tre oncie di mastrice, tre oncie di cera nuova, per ciascuna libra di lapis lazzari. Poni tutte queste cose in un pignattello nuovo, e falle struggere insieme. Poi abbi una pezza bianca di lino, e cola queste cose in una catinella invetriata. Poi abbia una libra di questa polvere di lapis lazzari, e rimescola bene insieme ogni cosa, e fanne un pastello tutto incorporato insieme. E per potere maneggiare il detto pastello, abbi olio di semenza di lino, e sempre tieni bene unte le mani di questo olio. Bisogna che tegni questo cotal pastello per lo men tre dì e tre notti, rimenando ogni dì un pezzo; e abbi a mente, che lo puoi tenere il detto pastello quindici dì, un mese, quanto vuoi. Quando tu ne vuoi trarre l’azzurro fuora, tieni questo modo. Fa’ due bastoni d’un’asta forte, nè troppo grossa, nè troppo sottile; e sieno lunghi ciascuno un piè, e fa’ che sieno ben ritondi da capo e da piè, e puliti bene. E poi abbi il tuo pastello dentro nella catinella invetriata, dove l’hai tenuto; e mettivi dentro presso a una scodella di lisciva calda temperatamente; e con questi due bastoni, da catuna mano il suo, rivolgi e struca e mazzica questo pastello in qua e in là, a modo che con mano si rimena la pasta da fare pane, propriamente in quel modo. Come hai fatto che vedi la lisciva essere perfetta azzurra, trannela fuora in una scodella invetriata; poi togli altrettanta lisciva, e mettila sopra il detto pastello, e rimena con detti bastoni a modo di prima. Quando la lisciva è ben tornata azzurra, mettila sopra un’altra scodella invetriata, e rimetti in sul pastello altrettanta lisciva, e ripriemi a modo usato. E quando la lisciva è bene azzurra, mettila in su un’altra scodella invetriata: e per lo simile fa’ così parecchi dì, tanto che il pastello rimanga che non tinga la lisciva; e buttalo poi via, chè non è più buono. Poi ti reca dinanzi da te in su una tavola per ordine tutte queste scodelle, cioè prima, seconda, terza, quarta tratta, per ordine seguitando ciascuna: rimescola con mano la lisciva con l’azzurro che, per gravezza del detto azzurro, sarà andato al fondo; e allora cognoscerai le tratte del detto azzurro. Dilìberati in te medesimo di quante ragioni tu vuoi azzurri, di tre, o di quattro, o di sei, e di quante ragioni tu vuoi: avvisandoti che le prime tratte sono migliori, come la prima scodella è migliore che la seconda. E così se hai diciotto scodelle di tratte, e tu voglia fare tre maniere d’azzurro, fa’ che tocchi sei scodelle, e mescolale insieme, e riducile in una scodella: e sarà una maniera. E per lo simile delle altre. Ma tieni a mente, che le prime due tratte, se hai buon lapis lazzari, è di valuta questo tale azzurro di ducati otto l’oncia, e le due tratte di dietro è peggio che cendere. Sì che sie pratico nell’occhio tuo di non guastare gli azzurri buoni per li cattivi: e ogni dì rasciuga le dette scodelle delle dette liscive, tanto che gli azzurri si secchino. Quando son ben secchi, secondo le partite che hai, secondo le alluoga in cuoro, o in vesciche, o in borse. E nota, che se la detta pría lapis lazzari non fusse così perfetta, o che avessi triata la detta pría che l’azzurro non rispondesse violante, t’insegno a dargli un poco di colore. Togli una poca di grana pesta, e un poco di verzino; cuocili insieme; ma fa’ che il verzino o tu ’l grattugia, o tu il radi con vetro; e poi insieme li cuoci con lisciva, e un poco d’allume di rocca; e quando bogliono, che vedi è perfetto color vermiglio, innanzi ch’abbi tratto l’azzurro della scodella (ma bene asciutto della lisciva), mettivi su un poco di questa grana e verzino; e col dito rimescola bene insieme ogni cosa; e tanto lascia stare, che sia asciutto senza o sole, o fuoco, e senz’aria. Quando il truovi asciutto, mettilo in cuoro o in borsa, e lascialo godere, chè è buono e perfetto. E tiello in te, chè è una singulare virtù a sapello ben fare. E sappi ch’ell’è più arte di belle giovani a farlo, che non è a uomini; perchè elle si stanno di continuo in casa, e ferme, ed hanno le mani più dilicate. Guar’ti pur dalle vecchie. Quando ritorni per volere adoperare del detto azzurro, pigliane quella quantità che ti bisogna: e se hai a lavorare vestiri biancheggiati, vuolsi un poco triare in su la tua pría usata: e se ’l vuoi pur per campeggiare, vuolsi poco poco rimenare sopra la pría, sempre con acqua chiara chiara, bene lavata e netta la pría: e se l’azzurro venisse lordo di niente, piglia un poco di lisci- va, o d’acqua chiara, e mettila sopra il vasellino, e rime- scola insieme l’uno e l’altro: e questo farai due o tre mute, e sarà l’azzurro bene purgato. Non ti tratto delle sue tempere, però che insieme più innanzi ti mosterrò di tutte le tempere di ciascuni colori in tavola, in muro, in ferro, in carta, in pietra, e in vetro.

Bibliografia

Philip Ball “Colore. Una biografia: Tra arte, storia e chimica, la bellezza e i misteri del mondo dei colori” BUR Saggi

Annunci