Accademia dei Pugni e Il Caffè

Le Accademie, luoghi deputati alla produzione intellettuale, nella seconda metà del settecento persero lo statuto elitario ed esclusivo che le aveva caratterizzate dalla loro nascita (fine del XV secolo) mantenendo però la funzione di centri d’incontro e di discussione. Con questo breve, ma allo stesso tempo intenso studio, faccio rotta verso la nascita dell’Accademia di Belle Arti di Brera sorta in quella che definiamo età della Ragione al fine di promuovere la conoscenza e raffinare il gusto ma anche, e questa è l’assoluta novità del tempo, per formare artigiani competenti che, dal commercio all’edilizia, necessitavano di impostare il proprio lavoro sul disegno (stampatori, tessitori di arazzi, decoratori, stuccatori, vetrai ecc.).

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Il generale rinnovamento di idee che attraversava l’Europa del XVIII secolo giunse anche in Italia contribuendo a formare un nuovo tipo di intellettuale che non considerava più la cultura come evasione bensì come impegno e contributo alla vita pubblica.
Con gli anni sessanta del settecento, Milano, che era stata fino ad allora una città significativa, ma appartata, dove non mancava una tradizione erudita religiosa legata alla Biblioteca Ambrosiana, vide emergere una nuova generazione di intellettuali che scavò un abisso tra le loro idee e quelle dei loro padri, portando avanti una radicale rivoluzione sociale e culturale dell’informazione a scala più che europea.
L’Illuminismo lombardo, in stretto rapporto con quello francese, ma consapevolmente non rivoluzionario e di orientamento moderato, si sviluppò nell’alveo del riformismo di Maria Teresa d’Austria (1717-1780) e Giuseppe II (1741-1790). I punti caratterizzanti erano allora quelli del riordino generale del sistema economico-giuridico del tempo (in accordo con le necessità della nascente borghesia imprenditoriale e contro l’immobilismo del sistema aristocratico), la polemica contro la tradizione culturale dei secoli passati, l’idea che gli intellettuali dovessero collaborare attivamente al progresso collettivo della società.

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L’imperatore Francesco I e l’imperatrice Maria Teresa con la famiglia su una terrazza a Schönbrunn, XVIII secolo. Martin van der Meytens, Vienna, Kunsthistorisches Museum.

La Milano che nella metà settecento Maria Teresa d’Austria si trovò ad affrontare era una città fetida con fogne a cielo aperto che si riversavano nei navigli stagnanti che appestavano l’aria e provocavano infezioni mortali. Le case, del tutto prive di camini, erano senza vetri alle finestre con grondaie sporgenti dai tetti che spandevano l’acqua sulle strade costantemente infangate a causa della quasi totale mancanza di selciato, piene di escrementi lasciati dai cavalli e dai buoi che trainavano carri e carrozze. La situazione era certamente aggravata dalle pesanti guerre di secessione che per tutta la prima metà del settecento infierirono nel territorio lombardo e che ebbero fine con la pace di Aquisgrana del 1748, quando Milano tornò definitivamente sotto il dominio austriaco.
La prima grande riforma che Maria Teresa si apprestò ad affrontare fu quella di sistemare l’apparato statale. Decise di assumere dei funzionari di Stato, dei fidati collaboratori che scelse sia tra i borghesi che tra i nobili, che avevano il compito amministrare la giustizia e riscuotere le tasse e i contributi fiscali. L’uomo che organizzò in Lombardia le riforme di Maria Teresa fu Anton Kaunitz, cancelliere di corte dal 1753 e responsabile anche del Dipartimento d’Italia dal 1757 da cui dipendeva l’amministrazione del Ducato di Milano.

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Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg nelle vesti di cancelliere in un ritratto di Jean-Étienne Liotard del 1762.

In questo ruolo gli subentrerà nel 1766 sino al 1791 il tirolese Joseph Von Sperger.

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Giovan Battista Lampi – Ritratto del conte di Sperges, 1787, Vienna, Gemaldegalerie der Akademie der bildenden Kunste

Questi dignitari, colti e amanti delle arti, si trovarono ad operare in perfetta concordia d’intenti e progetti con il ministro plenipotenziario in Lombardia, il conte Carlo di Firmian, grande collezionista, che, dal 1759 al 1782 fu il concreto artefice delle riforme politiche quanto di una brillante promozione della cultura e di ogni attività artistica. La competenza artistica unita al sincero slancio ideale che accomunava questi tre grandi funzionari spiegano la singolarità e la qualità del neoclassicismo a Milano elaborato tra le grandi iniziative promosse dalla corte asburgica che dal punto di vista architettonico e urbanistico mutò profondamente l’aspetto della città.

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Martin Knoller – Ritratto del conte di Firmian, 1775 circa, olio su tela Mantova, Museo del Palazzo Ducale

Fu però di importanza ancora superiore per la circolazione sociale della cultura e per la diffusione dello spirito illuminista l’avvento di nuove forme di comunicazione che – dai giornali e dalle gazzette ai salotti aristocratici e borghesi – segnarono una svolta decisiva in questo campo. E’ bene ricordare che in concomitanza con i risultati delle prime riforme asburgiche si ebbe una specie di boom dell’editoria. Gli stampatori si moltiplicarono, le tirature dei libri aumentarono notevolmente, si diffusero le pubblicazioni periodiche di cultura generale, gazzettini, magazzini, giornali enciclopedici, spettatori, osservatori e via dicendo. Le più importanti pubblicazioni straniere venivano tradotte prontamente. Tutto questo insieme di pubblicazioni diventò lo strumento di maggior diffusione della cultura illuministica: gli intellettuali, non più legati alle corti o alle accademie, ma indipendenti, si fecero interpreti delle esigenze della nascente borghesia e la letteratura periodica diventò il mezzo di espressione privilegiato del dibattito culturale e politico. Non si trattò più dunque di un giornalismo erudito che forniva un riassunto imparziale degli eventi politici o dei libri recensiti, ma di un giornalismo che diventava critica militante, che non rilasciava più solo informazione, ma proponeva anche un’analisi della società, forniva giudizi, stimolava alla discussione e al dibattito.

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Il gruppo di letterati che animò la vita culturale Milanese dell’epoca gravitò inizialmente intorno all’Accademia dei Pugni, istituzione culturale fondata nel 1761 dei fratelli Verri, Beccaria ed altri intellettuali illuminati milanesi che si fece portavoce di un gusto moderno, anticonvenzionale ed antitradizionalista. Lo stesso Pietro Verri, nell’estate del 1763 racconterà “tutta la città era ripiena di questa favole, cioè che io e Beccaria ci fossimo dati de’ potentissimi pugni per decidere una questione; e siccome ci radunavamo a passare le sere con Longo e mio fratello e Lambertenghi e Blasco (il cognato di Beccaria) si diede il nome dal pubblico a questa adunanza l’Accademia dei pugni.”

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Benché avessero scelto il nome di Accademia lo spirito innovatore dei suoi giovani fondatori mal s’accordava con l’idea di un’Accademia in senso tradizionale, peraltro le accademie italiane erano ormai cadute, nell’opinione delle migliori menti europee del tempo, nel discredito più profondo.
“Le accademie, ben lungi dal salvare la cultura italiana dalla decadenza l’avevano accelerata, facendo prevalere la critica sulla creazione e il gusto sul genio e portando ad una sempre più profonda scissione tra letteratura e scienza.” (F. Venturi, Settecento Riformatore). Importava dunque a questi giovani tracciare una netta distanza da questo tipo di accademie, e il primo passo fu quello di rimarcare pubblicamente il loro intento di ricongiungere nuovamente arti e scienze, passione per le cose e quella per i calcoli. Era un piccolo gruppo di persone che godeva del piacere di tener vivo l’intelletto, alimentare il sapere ed affinare le idee. Queste esperienze non le vissero nelle rispettive famiglie che, anzi le disapprovavano ed intralciavano. Fu una scelta di campo e di gusto che radunava gli aristocratici scalpitanti, anche se è pur vero che essi, essendo i rappresentanti fortunati dell’oligarchia, non erano oppressi dal bisogno e quindi liberi di dedicarsi agli studi e di coltivare l’ideale.

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Antonio Perego, L’Accademia dei Pugni, 1766. Milano, collezione Luisa Sormani Andreani Verri

In questo quadro dipinto da Antonio Perego, della Collezione Sormani Andreani, sono ritratti quelli che sembrano dei graziosi e innocui figurini. In realtà il Perego dipinse proprio i soci dell’Accademia dei Pugni durante una delle solite sedute di lavoro e svago, che si tenevano ogni sera all’interno di una stanza, la stanza dalla stufa bianca, della lussuosa dimora cittadina dei conti Verri, nobile famiglia milanese, sita in contrada del Monte di Santa Teresa (ora via Monte Napoleone ). A sinistra si vedono Alfonso Longo e Gianbattista Biffi, tutte e due in piedi, mentre Alessandro Verri e Cesare Beccaria sono seduti con un libro in mano; a destra Luigi Lambertenghi e Pietro Verri raccolti al tavolo mentre Giuseppe Visconti di Saliceto cammina leggendo; un’immagine dei giorni felici fissata per sempre.

Ed è in questo clima che nacquero gli scritti economici di Pietro Verri, l’opera “Saggio sulla storia d’Italia” (1761-66) di Alessandro Verri, “Dei delitti e delle pene” (1764) di Beccaria, che proponeva l’abolizione della tortura e della pena di morte, e che fu uno dei contributi più importanti dell’Illuminismo italiano. Il bilancio dell’attività dell’Accademia dei pugni è tutto riconducibile a queste opere. Poi venne il tempo di fare un passo avanti: bisognava creare uno strumento in cui le capacità organizzative, polemiche e letterarie dei Verri potessero essere condivise ed implementate dal contributo degli altri compagni. Fu così che, contemporaneamente alla stampa dell’opera di Beccaria, nel giugno del 1764 uscì il primo numero della rivista “Il Caffè” (verrà pubblicato ogni dieci giorni per due anni consecutivi) destinata a mandare in soffitta l’ormai anacronistica “Raccolta Milanese” (1756/57) considerata troppo arcaica, ridotta a pura curiosità perché specchio di un’Europa vecchia di due o tre generazioni.

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L’identità illuminista e lo spirito enciclopedico del “foglio periodico” milanese traspaiono non solo dalla varietà degli argomenti in esso trattati, ma anche dall’originale insieme di tecniche letterarie utilizzate dagli autori, in grado di armonizzare, in un’accattivante forma linguistica, le singole competenze ed esperienze scientifiche, politiche, economiche, giuridiche e spesso artistiche (in particolare teatrali). L’intera esperienza dell’illuminismo è contrassegnata da scritti nei quali la forma letteraria è sostanza politica; basti pensare al pamphlet, genere letterario ampiamente usato da Voltaire a scopi politici. Analogamente accade per “Il Caffè”, per il quale la ricerca di uno stile che potesse piacere ed essere compreso sia dal magistrato che dalle più vivaci donzelle dell’epoca rappresenta non solo una precisa scelta editoriale voluta da Pietro Verri e condivisa da tutti gli altri autori ma anche, se non soprattutto, la risultante formale di un preciso progetto politico: divulgare le idee e le conoscenze dei lumi associando un’efficacia espressiva vigorosa, ma anche prudente, con un tono spesso venato di raffinato umorismo, tale da rendere gli scritti ad un tempo penetranti e inattaccabili dalla censura.

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Una bottega del caffè inglese in un dipinto del XVIII sec.

Il titolo del periodico alludeva a uno dei luoghi simbolo del Settecento per la produzione e la diffusione del dibattito intellettuale, il caffè. Questo tipo di bottega si diffuse rapidamente partendo dall’Inghilterra in seguito alla circolazione della bevanda, alla quale vennero attribuiti grandi virtù salutari. Al suo interno, sui tavoli, a disposizione di tutti gli avventori, si trovava ogni tipo di pubblicazione, anche la stampa straniera. Mentre la taverna era il luogo dell’ebbrezza e del disordine, la bottega del caffè si propose come spazio adatto alla riflessione dove uomini appartenenti a qualsiasi ceto sociale, potevano leggere e discutere liberamente di argomenti vari spaziando dall’economia alla politica, dai libri alla moda, un luogo che si sostituiva al salotto e all’accademia, ambienti chiusi e riservati all’élite intellettuale e aristocratica.
I redattori de “Il Caffè” scrissero appunto con l’intenzione di essere letti in questi luoghi per suscitare il dibattito politico intorno alle riforme impugnate dai regnanti austriaci.
Lungi dal farsi divulgatori di dottrine, volte a mutare radicalmente le condizioni politiche e sociali del tempo, essi si proposero, applicando il razionalismo appreso attraverso la lettura degli Enciclopedisti, di esaminare al lume della ragione le consuetudini e le leggi e tutto quanto apparteneva alla vita pubblica, allo scopo di riformare tutto ciò che sembrava ingiusto o irragionevole, sebbene confermato da usi antichissimi. Accolsero e divulgarono qualunque novità, che sembrava giovare e promuovere il progresso morale o economico.
Gli articoli vennero presentati come fedeli trascrizioni delle discussioni tenutesi nella bottega del caffè di un certo Demetrio, personaggio fittizio di origine greca trasferitosi a Milano che non mancava di lasciare anche la sua opinione, e che rappresentava il modello ideale dell’intellettuale illuminista; non l’accademico ma neppure lo sprovveduto.

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Jean Huber, “Un dîner de philosophes”, 1772, Voltaire Foundation, Oxford.

La rivista uscì dal giugno 1764 fino al giugno 1766 per un totale di settantaquattro fogli. La prima tiratura non superò le cinquecento copie: un numero che oggi non sembra elevatissimo, ma che risulta estremamente ragguardevole se si pensa che altri periodici di vasta rinomanza europea scritti in francese, cioè nella lingua culturalmente egemone nel continente, non superavano, intorno alla metà del secolo, tre o quattrocento esemplari.
Ma proprio nel momento in cui raggiunse l’attenzione dell’opinione pubblica europea, il bel sodalizio si consumò e finì per sciogliersi. I giovani protagonisti raggiunsero posti direttivi come amministratori della cosa pubblica e si dispersero. Pietro Verri, Frisi, Beccaria e Longo entrarono a far parte dei funzionari milanesi dell’imperial regio governo, Alessandro si trasferì a Roma dove si occupò principalmente di teatro.
Nel “Caffè”, in soli due anni di attività, i nostri filosofi milanesi bruciarono rapidamente in un unico fuoco d’entusiasmo tutta l’esperienza illuministica europea traendo dal pensiero del proprio secolo tutto ciò che poteva servir loro per offrire, a chi avrebbe dovuto affrontare con l’autorità derivatagli dal potere assoluto, la riforma della società italiana.
Sebbene possa essere considerata come un’illusione giovanile, visto che non sfociò in tumulto rivoluzionario come accadde altrove, essi riuscirono a far sentire a lungo nei decenni, sino alle soglie del secolo XIX, la loro parola illuminata tant’è che la loro opera si può considerare testimonianza di come un’ideologia possa calarsi nell’organismo di una società, premere sull’opinione pubblica aiutandola a maturare culturalmente, per tentare di migliorarla senza temere, intellettualisticamente, di corrompere sé e i propri seguaci.

“Noi ringraziamo quelle anime gentili che si sono degnate d’applaudire al nostro progetto, e di fare coraggio a chi tentava di accrescere la coltura degli ingegni, e diminuire il numero de’ pregiudizi volgari.” Queste le ultime parole di commiato che gli uomini del “Caffè” lasciarono ai loro lettori.

Paola Mangano

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Che cos’è questo Caffè? (tratto da Il Caffè vol. 1, fasc. 1, giugno 1764)

Cos’è questo Caffè? È un foglio di stampa che si pubblicherà ogni dieci giorni.
Cosa conterrà questo foglio di stampa?
Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi Autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità.
Va bene: ma con quale stile saranno eglino scritti questi fogli?
Con ogni stile, che non annoj.
E sin a quando fate voi conto di continuare quest’Opera?
Insin a tanto, che avranno spaccio. Se il Pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d’ogni anco dei trentasei foglj se ne farà un tomo di mole discreta: se poi il Pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa.
Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto?
Il fine d’una agradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene, che possiamo alla nostra Patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri Cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e Steele, e Swift, e Addison, e Pope, ed altri.

Ma perché chiamate questi fogli il Caffè? e lo dirò, ma andiamo a capo.
Un Greco originario di Citera, Isoletta riposta fra la Morea, e Candia, mal soffrendo l’avvilimento, e la schiavitù, in cui i Greci tutti vengono tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella Contrada, e conservando un animo antico malgrado l’educazione, e gli esempi, son già tre anni, che si risolvette d’abbandonare il suo paese: egli girò per diverse Città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in Caffè del più squisito che dare si possa al mondo; indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne in Milano, dove son già tre mesi, che ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma.

In essa bottega primieramente si beve un Caffè, che merita il nome veramente di Caffè: Caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d’Aloe, che chiunque lo prova, quand’anche fosse l’uomo il più grave, l’uomo il più plombeo della terra, bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz’ora diventi uomo ragionevole.

In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un’aria sempre tiepida, e profumata che consola; la notte è illuminata cosicché brilla in ogni parte l’iride negli specchi e ne’ cristalli sospesi intorno le pareti, e in mezzo alla bottega; in essa bottega, chi vuole leggere, trova sempre i foglj di Novelle Politiche, e quel di colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e varj altri: in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale Enciclopedico, e l’Estratto della Letteratura Europea, e simili buone raccolte di Novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano Romani, Fiorentini, Genovesi, o Lombardi, ora sieno tutti presso a poco Europei; in essa bottega v’è di più un buon Atlante, che decide le questioni che nascondono le nuove Politiche; in essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti, che vi vedo accadere, e tutt’i discorsi, che vi ascolto degni di registrarsi; e siccome mi trovo d’averne già messi in ordine varj, così li do alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di Caffè.

Il nostro Greco adunque (il quale per parentesi si chiama Demetrio) è un uomo, che ha tutto l’esteriore d’un uomo ragionevole e trattandolo, si conosce che la figura che ha gli sta bene, nella sua fisionomia non si scorge né quella stupida gravità che fa per lo più l’ufficio della cassa ferrata d’un fallito, né quel sorriso abituale, che serve spesse volte d’insegna a una timida falsità. Demetrio ride quando vede qualche lampo ridicolo, ma porta sempre in fronte un onorato carattere di quella sicurezza, che un uomo ha di se quando ha ubbidito alle Leggi. L’abito Orientale, ch’ej veste, gli dà una maestosa decenza al portamento, cosicché lo credereste di condizione signorile, anziché il padrone d’una bottega di Caffè, e conviene dire, che vi sia realmente una intrinseca perfezione nel vestito Asiatico in paragone al nostro poiché laddove i fanciulli in Costantinopoli non cessano mai di dileggiare noi Franchi, qui da noi, non so se per timore, o per riverenza, non si vede che osino render la pariglia a i Levantini.
Gli Europei, che si stabiliscono in quelle contrade vestono tutti l’abito o Armeno, o Greco, o talare in qualunque modo, né se ne trovano male, anzi rimpatriando risentono il tormento del nostro abito con maggior energia, in vece che nessun di casi, stabilendosi fra di noi nelle Città dove il commercio li porta, può risolversi a fare altrettanto[…].
Son pochi dì, dacché il nostro Demetrio ebbe occasione di parlar del suo mestiere, e ne parlò da maestro.
Si trovavano nel Caffè un Negoziante, un Giovane studente di Filosofia, ed uno dei mille e ducento Curiali, che vivono nel nostro paese; io stava tranquillamente ascoltandoli, non contribuendo con nulla del mio alla loro conversazione.
Il Caffè è una buona bevanda, diceva il Negoziante, io lo faccio venire dalla parte di Venezia, lo pago cinquanta soldi la libbra, né mi discosterò mai dal mio corrispondente; altre volte lo faceva venire da Livorno, ma v’era diversità almen d’un soldo per libbra.
V’è nel Caffè, soggiunse il Giovane, una virtù risvegliativi degli spiriti animati, come nell’oppio v’è la virtù assaporativa e dormitiva.
Gran fatto, replicò il Curiale, che quel legume del Caffè, quella fava ci debba venire sino da Costantinopoli! Qui Demetrio, il quale in quel punto era disoccupato, prese a parlare in tal modo:

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Il caffè “Procope” a Parigi nel XVIII secolo. Disegno di M.Kretz con immagini di famosi Illuministi (da sinistra a destra Buffon, Gilbert, Diderot, d’Alembert, Marmontel, Le Kain, Jean Batiste Rousseau, Voltaire, Piron et d’Holbach)

Storia naturale del Caffè.

Il Caffè, Signori miei, non è altrimenti una fava, o un legume, non nasce altrimenti nelle contrade vicine a Costantinopoli; e se siete disposti a credere a me, che ho viaggiato ed ho veduto nell’Arabia i campi interi coperti di Caffè, vi dirò quello che egli è veramente.
Il Caffè, che noi Orientali comunemente chiamiamo Couhè, e Cahua, è prodotto non da un legume, ma bensì da un albero, il quale al suo aspetto paragonasi agli aranci ed a’ limoni quand’hanno le loro radici fisse nel suolo, poiché s’alza circa quattro o cinque braccia da terra; il tronco di esso comunemente s’abbraccia con ambe le mani, le foglie sono disposte come quelle degli aranci, come esse sempre verdi anche nell’inverno, e come esse d’un verde bruno; di più l’albero del Caffè nella disposizione de’ suoi rami s’estende presso poco come gli aranci, se non che nella sua vecchiezza i rami inferiori cadono alquanto verso il pavimento.
Il Caffè cresce, e si riproduce con poca fatica anche nelle terre, le quali sembrerebbero sterili per altre piante; e in due maniere si moltiplica e col seme (il quale è quell’istesso che ci serve per la bevanda) e col produrne di nuove pianticelle delle radici.
È bensì vero, che il seme del Caffè diventa sterile poco dopo che è distaccato dall’albero, ed alla natura deve imputarsi, non alle pretese cautele degli Arabi se ei non produce portato che sia da noi, poiché non è altrimenti vero che gli Arabi lo risecchino ne’ forni, né nell’acqua bollente a tal fine, come alcuni spacciarono.
L’albero del Caffè finalmente s’assomiglia agli aranci anche in ciò che nel tempo medesimo vi si vedono e fiori, e frutti, altri maturi, altri no, sebbene il tempo veramente della grande raccolta nell’Arabia, sia nel mese di Maggio.
I fiori somigliano i gelsomini di Spagna, i frutti sembrano quei del ciliegio verdastri al bel principio, poi rossigni, indi nella maturanza d’un perfetto porporino.
Il nocciolo di esso frutto rinchiude due grani di Caffè, i quali si combaciano nella parte piena, e son nodriti da un filamento che passa loro al lungo, di che ne vediamo vestigio nel grano medesimo: si raccolgono i frutti maturi del Caffè scuotendone la pianta, essi non sono grati a cibarsene, si lasciano diseccare esposti al Sole, indi facendo passare sopra di essi un rotolo di sasso pesante si schiudono dopo i gusci, e ne esce il grano.
Ogni pianta presso poco produce cinque libbre di Caffè all’anno, e costa sì poca cura il coltivarla, ch’egli è un prodotto che ci concede la terra con una generosità che poco usa negli altri.
Nell’oriente era in uso la bevanda del Caffè sino al tempo della presa di Costantinopoli fatta da’ Maomettani, cioè circa la metà del secolo decimo quinto; ma nell’Europa non è più di un secolo da che vi è nota.
La più antica memoria che sen abbia è del 1644 anno in cui ne fu portato a Marsiglia, dove si stabilì la prima bottega del Caffè aperta in Europa l’anno 1671.
La perfezione della bevanda del Caffè dipende primieramente dalla perfezione del Caffè medesimo, il quale vuol essere Arabo, e nell’Arabia stessa non ogni campo lo produce d’egual bontà, come non ogni spiaggia d’una provincia produce vini di forza eguale.
Il migliore d’ogni altro è quello ch’io uso, cioè quello che si vende al Bazar, ossia al Mercato di Betelfaguy, città distante cento miglia circa da Mocha.
Ivi gli Arabi delle campagne vicine portano il Caffè entro alcuni sacchi di paglia, e ne caricano i Cammelli; ivi per mezzo dei Banian i forestieri lo comprano.
Comprasi pure il buon Caffè al Cairo, ed in Alessandria, dove vi è condotto dalle Carovane della Mecca.
I grani del Caffè piccoli e di colore alquanto verdastri sono preferibili a tutti.
Dipende in secondo luogo la perfezione della bevanda nel modo di prepararla, ed io soglio abbrucciarlo appena quanto basti a macinarlo, indi reso ch’egli è in polvo entro una Caffettiera asciutta lo espongo di nuovo all’azione del fuoco, e poiché lo vedo fumare copiosamente gli verso sopra l’acqua bollente, cosicché la parte sulfurea e oleosa, appena per l’opera del fuoco si schiude della droga, resti assorbita tutta dall’acqua; ciò fatto lascio riposare il Caffè per un minuto, tanto che le parti terrestri della droga calino al fondo del vaso, indi profumata altra Caffettiera col fumo del legno d’Aloe verso in essa il Caffè che venite a prendere, e che trovate sì squisito.
Il Caffè rallegra l’animo, risveglia la mente, in alcuni è diuretico, in molti allontana il sonno, ed è particolarmente utile alle persone che fanno poco moto, e che coltivano le scienze.
Alcuni giunsero perfino a paragonarlo al famoso Nepente tanto celebrato da Omero; e si raccontano de’ casi nei quali coll’uso del Caffè si son guarite delle febbri, e si son liberati persino alcuni avvelenati da un veleno coagulante il sangue; ed è sicura cosa che questa bibita infonde nel sangue un sal volatile, che ne accelera il moto, e lo dirada, e lo assottiglia, e in certa guisa lo ravviva.
Questa pianta animatrice, naturale per quanto sembra al suolo dell’Arabia, fu verso il fine dello scorso secolo dagli Olandesi trasportata nell’Isola di Java a Batavia, indi moltiplicatasi, ivi se ne dilatò dai medesimi la piantagione anche nell’Isola di Ceylan, poscia col tempo se ne portò in Europa; e in Olanda, e in Parigi per curiosità se ne coltivano le piante, le quali nelle serre riscaldate l’inverno reggono e producono frutti, e tanto sen è universalizzata la coltura presentemente, che nell’America, e nell’Indie Orientali se ne fa la raccolta, cosicché abbiamo Caffè di Surinam, dell’Isola Bourbon, di Cayenne, della Martinica, di S. Domingo, della Guadalupa, delle Antille, dell’Isola di Capo Verde.
Il Caffè d’Arabia è il primo, quello dell’Indie Orientali vien dopo, il peggiore d’ogni altro è quello d’America.

Così terminò di parlare Demetrio, ed io credetti al suo discorso, poiché lo trovai conforme a quanto ne aveva letto nelle Memorie dell’Accademia Reale delle Scienze di Parigi dell’anno 1713 in un Memoire del Sig. Jutricu, a quanto ce ne attestano i Viaggi dell’Arabia felice del Sig. La Roque, del Cav. Di Marchait, le Memorie del Sig. Garcin.
Ma poiché ebbe terminato il suo ragionamento Demetrio, s’alzò il Curiale, e uscì dalla bottega ripetendo: Gran fatto, che quel legume del Caffè, quella fava, ci debba venire sino da Costantinopoli.

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Bibliografia
-Letteratura italiana e cultura europea tra illuminismo e romanticismo, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Padova-Venezia 11-13 Maggio 2000, a cura di Guido Santato
– Il trionfo dell’ornato-Giocondo Albertolli (1742-1839), a cura di Enrico Colle e Fernando Mazzocca, Silvana Editore 2005
– Storia d’Europa, Età Moderna, Giuseppe Galasso, CDE S.p.A. Milano 1998
– Quel che il cuore sapeva – Giulia Beccaria, i Verri e Manzoni, Marta Boneschi, Ledizioni 2012
– Milano, l’avventura di una città, Marta Boneschi, Mondadori 2007
– La politica del “Caffè”, Riccardo Lenzi, Tesi di laurea in Storia della Filosofia, anno accademico 2003/2004
– Gli illuministi lombardi, Sergio Romagnoli, dall’Introduzione a Il “Caffè” Milano, Feltrinelli 1960
– L’Illuminismo lombardo e la politica de “Il Caffè”, Laura Zecchi

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