Didattica neoclassica all’Accademia di Brera – Perché può essere stimolante e utile oggi

Per dirla con le parole di Eco io non mi sento né “apocalittica” né “integrata”. Ma se mi si costringe a una scelta opterei senza esitazione per la prima definizione. Critica nei confronti del presente in cui vivo lo sono sempre stata ma allo stesso tempo non mi è mai mancato l’entusiasmo e l’anticonformismo verso tutto ciò che è avanguardia. Eppure oggi mi chiedo se la mia apertura mentale non stia avendo segni di cedimento e se il mio sentirmi contemporaneamente integrata e scollegata al presente sia un sintomo di vecchiaia o espressione di una necessità di cambiamento di rotta.

Naturalmente anche se il mio interesse gravita formalmente attorno al mondo dell’arte resta indiscutibile il suo collegamento con la società nel suo insieme. L’arte che col suo scorrere attraverso i secoli resta di fatto sempre “diversa” e sempre “uguale”. Diversa perché subisce le trasformazioni indotte dalla società e uguale perché mantiene una sua universale, primigenia e costante forza e natura. Ma si può dire lo stesso per l’arte contemporanea? Certamente sì, e al di là del prevalere degli aspetti commerciali speculativi, di cui comunque bisogna tener conto, essa ha seguito l’istinto di mettersi in discussione con un iniziale progressivo processo di smaterializzazione che però purtroppo, a mio parere, è giunto al suo limite più estremo e sta inesorabilmente precipitando in un vuoto assoluto dove tutto è arte e niente è arte. Così che di fronte alle avanguardie e post avanguardie con il loro essere contro tutto, contro l’estetica, contro la forma, contro il concetto di artista, contro il concetto di opera stessa, ci troviamo oggi completamente sommersi da una schiera di artisti che si ritengono tali senza averne qualità alcuna e ad opere che vengono ritenute tali senza per altro riuscire a comunicare nulla. Lo stesso Charles Saatchi, ritenuto uno dei maggiori “colpevoli” dell’impasse dell’arte contemporanea, in un’intervista al The Guardian ha svelato la degenerazione di quel mondo che lui stesso ha contribuito in gran parte a creare, trasformando le mostre in riti modaioli e glamour, facendo trionfare banalità, kitsch e provocazione fine a se stessa. https://www.theguardian.com/artanddesign/2011/dec/02/charles-saatchi-art-world-attack

Come uscire da questo pantano? Francamente non ho ricette pronte, tascabili e che si possano dire di utilità universale. Un giusto atteggiamento mi pare quello di rimettere in primo piano i valori di consapevolezza tecnica e concettuale che in fondo si esplicano attraverso lo studio del passato.

Mi trovo, e mi auguro in buona compagnia, immersa in quell’eterno scontro di forze che vede da una parte della barricata la tradizione legata al passato e dall’altra la necessità di superarla per renderla utile nel presente e in un prossimo futuro.

Ecco che allora cercherò di spiegare perché ritengo interessante il metodo didattico artistico neoclassico all’interno della neonata Accademia di Brera. Il punto di riferimento iniziale da cui partirò attraversa il periodo estremamente fertile sotto la segreteria di Carlo Bianconi (1778-1801), in quella Milano, centro economico e politico delle provincie austriache in Italia, che attraverso la laicizzazione degli spazi urbani si andava riordinando e rinnovando molto rapidamente.

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Vedute di Milano (1786-1792) – Acquaforte e bulino – Domenico Aspari punta a rappresentare la città di Milano così come si presenta alla fine della Settecento con le sue monumentali architetture moderne e i resti delle rovine del passato, le une e le altre, però, sempre inserite in un animato e realistico quadro di vita sociale che le rende vive, cioè immesse nel flusso della contemporaneità.

All’interno di questo progetto, e in luogo delle antiche corporazioni delle Arti, l’Accademia di Brera creò i nuovi formatori, artisti e artigiani, progettisti, sacerdoti e nobili ecc., in grado di possedere il pieno controllo delle necessarie conoscenze scientifiche e culturali che il periodo storico offriva.

Ma per quale motivo lo reputo stimolante e utile per il presente? Sebbene mi soffermerò solo sulle arti belle credo che il discorso possa valere per ogni ambito culturale. E’ innegabile che attualmente tutto il sistema scolastico italiano versi in uno stato di fallimento totale. Ragion di più me ne dispiaccio personalmente avendo una figlia che ha dovuto affrontare tutto il suo percorso scolastico in quelle che molti definiscono le peggiori riforme statali del settore.

In questo momento storico sono convinta sia oltremodo necessario rivolgerci di nuovo al passato per condurre un dibattito di formazione scolastica elevato ed adeguato alla modernità proprio in ragione del fatto che, anche se in modo diverso, si stanno manifestando gli stessi sintomi che portarono gli uomini dell’illuminismo a contrastare, attraverso l’uso della ragione, il buio dell’ignoranza. Un’ignoranza, ahimè, oggi spesso dotata di laurea che conferma la tesi che non è necessario o sufficiente studiare se non si è in grado di applicare la ragione. Oltre al sistema di formazione è indispensabile ripensare agli educatori, mestiere che può essere svolto solo da pochi eletti. In realtà la maggior parte degli insegnanti al giorno d’oggi si approccia a questo mestiere senza vocazione ma in sostituzione di un obbiettivo lavorativo non andato a buon fine. Né va dimenticata la ragione di una società che richiede un master, anche se alla fine ti toccherà andare a fare il netturbino, scaraventando una moltitudine di giovani ad accaparrarsi una laurea qualsiasi senza averne attitudine alcuna. Del resto in queste scuole basta imparare a memoria i libri e qualcosa ne verrà fuori. Ragion per cui l’ignoranza perversa. Mi scuso per l’approssimazione del tema; i problemi che affliggono la scuola italiana sono molteplici e riflettono comunque uno stato sociale in pieno disfacimento.

“Nelle scuole si deve insegnare tutto a tutti: ciò non significa che tutti devono acquistare conoscenza di tutte le scienze e di tutte le arti, perché ciò non è per sua natura né utile né possibile a nessuno (…). E tuttavia tutti devono imparare a conoscere il fondamento, la ragione e il fine di tutte le cose principali, perché chiunque è messo al mondo, c’è messo non soltanto perché faccia da spettatore, ma da attore”. Anche se può sembrare un concetto ideologico illuminista il passo evidenziato qui sopra è di Giovanni Amos Comenio, (1592 –1670), considerato il primo pedagogista della storia dell’educazione moderna, e contiene i fondamenti ideologici dell’educazione. Insegnare a tutti le basi (Comenio auspicava una scuola dell’obbligo per maschi e femmine sino all’età di 12 anni) diversificando il percorso successivo in base alle capacità e volontà individuali.

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Václav Brožík, Ritratto di Giovanni Amos Comenio, 1891

In pratica queste basi dovrebbero servire all’uomo per pensare con la propria testa, concetto poi sviluppato con l’illuminismo, e cioè acquisire gli strumenti per governare se stesso nel modo migliore. Messa così sembra persino di facile attuazione; in realtà siamo ancora in attesa di una concreta realizzazione. Ed è lecito chiedersi come mai l’umanità, nonostante i progressi tecnici, anziché entrare in uno stato civile continui a sprofondare in un nuovo genere di barbarie e a ridurre l’uomo oggetto d’analisi a scopo di dominio e manipolazione. L’industria culturale trasforma la cultura in merce oggetto di scambio come tutte le altre merci ed esercita grande potere sul consumatore tramite la radio e il cinema, i quali portano lo spettatore ad identificarsi con realtà ridotta ad una serie di personaggi stereotipati che indeboliscono l’immaginazione e riducono ogni capacità di resistenza di fronte alla realtà esistente. Mi piacerebbe averlo scritto io stessa ma si tratta del pensiero espresso nel 1942 nella Dialettica dell’Illuminismo di M. Horkheimer e T.W. Adorno, e basta aggiungere a radio e cinema, tv e internet e siamo in piena contemporaneità.

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Max Horkheimer (a sinistra), Theodor Adorno (a destra) in una foto del 1965

Se consideriamo la cultura settecentesca quale momento inaugurale dell’autocoscienza del moderno può essere interessante riscoprirne l’essenza o semplicemente ripescare un po’ di buon senso, anche davanti alle teorie di Adorno e Horkheimer che mostrarono come la ragione illuministica fosse per definizione votata al suo ribaltamento.

Una verifica della didattica illuminista, e dunque dell’esordio del moderno, può aiutare a difendere e rilanciare le condizioni necessarie per una nuova disciplina del lavoro, nel nostro caso artistica, non isolata ma relazionata alle dinamiche sociali e produttive della realtà in cui viene ad operare, che non si conclude in un solo stimolo per una produzione artistica individuale ma che si inserisce come mestiere nella realtà operativa contemporanea, in netta opposizione al percorso che l’arte attuale sembrerebbe aver intrapreso dominato da interessi mercantili che la riducono a produzione e promozione di opere da sfruttare economicamente.

Lungi da me ogni pretesa ideologica di “illuminare” le zone d’ombra che riguardano il nostro attuale contesto culturale; questo mio interesse lo definirei un moto di resistenza irriducibile. E nonostante io mi renda conto di quanto possa sembrare un progetto fin troppo ambizioso mi chiedo se, dopo tanti anni di avanguardie artistiche arrivate ormai a un punto di non ritorno, il cui nume tutelare fu Marchel Duchamp, non sia giunto il momento di riscoprire modelli di apprendimento e quadri di riferimento estetici ben precisi. Attenzione perché non intendo auspicare con ciò un ritorno all’accademismo o a un nostalgico passato, ma a un saper fare arte e artigianato partendo dalle regole fondamentali di armonia ed equilibrio, bello ideale, abc dell’arte, risorsa educativa come punto di partenza da acquisire per poi eventualmente destabilizzare sino a condurre a nuove creazioni artistiche. E ne parlo a maggior ragione avendo a che fare ogni giorno con operatori del campo dell’arte che non conoscono nemmeno le regole fondamentali del chiaro scuro, addestrati ormai all’interno degli istituti d’arte a decostruire (postmoderno) prima ancora di costruire.

Nessuna strategia artistica può più fare a meno di una strategia teorica.
Mario Perniola, L’arte espansa (Einaudi 2015)

Da tempo ormai si sente parlare di nuovo realismo (Maurizio Ferraris) e di un ritorno all’autenticità (Edward Docx) che ha trovato, seppur in modo esiguo, un seguito in determinati ambiti sociali, come per esempio lo slowfood, i prodotti a km 0, la nuova moda delle star di mostrarsi senza photoshoppature, una ricerca di un senso perduto, una fame di verità (anche se alla fine in tutto questo marasma di informazioni è persino difficile individuare chi ne è il vero portatore) e di un riavvicinamento alla natura, lontano dalla società dei consumi, che vuole altresì sganciarsi persino dalle nuove tecnologie. Se esiste in fondo questa esigenza, credo anche in chi non è tangibilmente cosciente, non è utopistico rivangare un po’ tra le pieghe del passato, che naturalmente non si esaurisce e non trova pieno completamento in questo mio esiguo contributo.

Paola Mangano

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Johann Heinrich Füssli, Disperazione dell’artista davanti alle rovine antiche; acquerello a seppia; 1778-1780; Raccolta civica stampe Bertarelli, Milano.

http://www.lintellettualedissidente.it/societa/aboliamo-le-scuole/

 

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