La Rotonda dell’Appiani

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di Paola Mangano

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Villa Reale di Monza – Localizzazione Rotonda dell’Appiani

Uno dei primi lavori che Mauro Nicora realizzò al suo rientro da Firenze, e dopo aver aperto una propria ditta, fu il restauro degli affreschi di Andrea Appiani alla Rotonda della Villa Reale di Monza. Fu anche il primo incontro con la restauratrice Pinin Brambilla, committente di quel lavoro; incontro che si rivelò fruttuoso per molti anni a venire.
Oltre a un bravo restauratore la Brambilla cercava un ottimo decoratore perché il lavoro comprendeva la ricostruzione pittorica degli ornati presenti sulle candelabre, quasi completamente andati perduti, corrosi dall’umidità di risalita, da anni di trascuratezza e abbandono.
Siamo nel lontano, si fa per dire, 1986. In quegli anni solo i giardini del complesso della Villa erano aperti al pubblico ma già si pensava a una sua ristrutturazione e riqualificazione. Così, subito dopo il restauro della Rotonda, portammo a termine anche il restauro del Teatrino e di due soffitti affrescati nel secondo piano nobile della Villa.

Una recente visita alla Villa Reale di Monza, oggi completamente restaurata e aperta al pubblico, ha suscitato in me la curiosità di reperire in rete qualche informazione supplementare rispetto alle poche direttive storiche da guida turistica che di solito vengono rivolte al vasto pubblico. Sorprendentemente, o forse no, scopro che non si trovano studi approfonditi a riguardo. Da qui l’idea di iniziare una ricerca focalizzata sulla Rotonda dell’Appiani che possa servire come spunto per ampliare ed esplorare il noto e l’ignoto.

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Risalgono ai primi mesi del 1777 i disegni di pianta e di elevazione realizzati dall’Imperial Regio Architetto Giuseppe Piermarini per una casa di campagna che avrebbe dovuto essere sito di villeggiatura di Sua Altezza Reale l’Arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este, quattordicesimo figlio di Maria Teresa d’Austria, governatore della Lombardia per venticinque anni durante i quali svolse una “insignificante attività politica” essendo “gran signore…innamorato degli agi e del lusso”. (1)

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Ritratto di Maria Beatrice Riccarda d’Este (1750-1829) e dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo (1754-1806), anonimo circa 1775, olio su tela, 65×96 cm., Mantova, Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze Lettere Arti.

Secondo le intenzioni e indicazioni della madre Maria Teresa, Ferdinando non avrebbe dovuto interessarsi agli affari di governo ma dedicarsi unicamente agli obblighi di rappresentanza esibendo il proprio rango aristocratico. Tuttavia la competenza e solerzia con cui l’Arciduca sbrigò i suoi compiti di governatore unite alla reinterpretazione autonoma nel tenere la corte, sempre più corrispondente al rango di vero e proprio sovrano piuttosto che a un mero rappresentante dello stesso, gli valsero il riconoscimento di poter usufruire di adeguate strutture ove alloggiare e ricevere, insomma più consone al suo regale profilo.

E se all’interno della città di Milano Ferdinando acconsentì a dimorare in antichi palazzi, sebbene ristrutturati nel più puro stile neoclassico (palazzo Clerici e poi Palazzo Reale) per la sua regale abitazione di villeggiatura non sembrava volersi accontentare di acquistare una delle tante ville visitate e affittate in quegli anni nelle stagioni estive considerate inadeguate per le esigenze di corte. In verità queste ville avevano per lo più caratteristiche di centro campagnolo ed economico, dove il proprietario poteva controllare la produzione dei suoi fondi, e mal si confacevano al luogo di delizie estive che l’Arciduca aveva in mente, alla stregua di Versailles o Shonbrunn per intenderci. Così cominciò a prendere forma il progetto per una costruzione completamente nuova in un terreno in quel di Monza che Ferdinando e il Piermarini visitarono nel loro peregrinare alla ricerca della villa più adatta tra quelle disponibili attorno a Milano. Nella Bassa Lombardia, in Brianza, lungo i navigli, nella terra di Cernusco erano concentrate numerose ville della nobiltà milanese. Eppure l’architettura e le forme decorative erano ancora legate alle fantasie barocche e rococò che nella seconda metà del settecento suscitavano il biasimo dei teorici razionalisti, uno stile lontano da quella semplicità di struttura, di decoro, di funzione identificata dai fondamenti delle dottrine illuministe. Inoltre nessuna era sufficientemente ampia a contenere la complessità dei cerimoniali e l’elevato numero di persone di corte.

Secondo le fonti l’inizio della costruzione della Villa Reale di Monza risale al mese di maggio del 1777. Piermarini, concluso il momento progettuale, venne investito della pesante responsabilità di unico direttore dei lavori. Per espresso desiderio di Ferdinando la Villa doveva essere abitabile entro un termine di due o tre anni. I cronisti dell’epoca seguirono con grande attenzione le diverse fasi di lavorazione trattandosi di un fatto di notevole portata, non solo per il mondo aristocratico, perché investiva anche l’assetto urbanistico del territorio attraverso ampliamenti e costruzioni di strade e viali. Il Verri in una lettera al fratello Alessandro riferì con soddisfazione che “la strada da Milano a Monza è bellissima dopo che la corte vi ha scelto il luogo per farvi la delizia”.

In una stampa del 1780, la più antica veduta della Villa, sono visibili le impalcature alla costruenda ala settentrionale; ma già a settembre di quell’anno si tengono ricevimenti e feste da ballo. La Villa è completata.

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Antica acquaforte che mostra la villa ancora in costruzione con le impalcature nell’ala settentrionale . Tratta da F. de Giacomi (a cura di) la Villa Reale di Monza, Editore:Monza, Associazione Pro Monza1999, p.47

Nel novembre di quello stesso anno Maria Teresa muore lasciando il trono al figlio Giuseppe II che, avendo manifestato già dieci anni prima un atteggiamento restio a favorire il decollo della Lombardia e a spendere troppi soldi nelle sue fabbriche, sospende l’assegno che la madre elargiva a Ferdinando. Sarà stato questo il motivo, cioè trovandosi in ristrettezze economiche, che sino alla morte del fratello (20 febbraio 1790) l’Arciduca non apportò sostanziali modifiche alla Villa?

Il fatto più rilevante della ripresa delle attività edilizie è la costruzione della Rotonda e della Limoniera o Agrumeria, documentate in un foglio di spese risalente al luglio del 1790. Ferdinando trovò nel fratello Leopoldo II, salito al trono alla morte di Giuseppe II, un nuovo alleato disposto a ripristinare l’assegno mensile necessario per far fronte alle spese della “nuova fabbrica di campagna vicino a Monza e per tutti li suoi annessi.”

La sollecitudine con cui si diede avvio ai lavori era giustificata dall’imminente ventesimo anniversario di matrimonio dell’Arciduca che ricorreva nel mese di ottobre del 1791, mese e anno in cui la Rotonda venne inaugurata. Non vi è dubbio che questa nuova sala abbia rappresentato un omaggio di Ferdinando alla consorte così come ci induce a pensare il soggetto del ciclo di affreschi di Andrea Appiani; Amore e Psiche.

Il progetto architettonico venne affidato ancora al Piermarini che scelse una pianta centrale sul tema dei ninfei; circolarità che esternamente si nota appena lungo l’andamento rettilineo delle facciate. Una breve curva, una presenza così timida da sembrare un risultato di necessità spaziale piuttosto che la precisa intenzione di distinguere il padiglione dalle attigue serre degli agrumi, da un lato, e dall’ala delle cucine, dall’altro.

Giuseppe Marimonti nelle sue Memorie storiche della città di Monza scritte nel 1841 così descrive la Rotonda: “Consiste in una sala di figura circolare, la quale situata all’estremità della serra dei limoni e dei cedri, per mezzo di un corritoio congiunge questa coi reali appartamenti. Nella volta e nelle lunette di questa vaghissima rotonda, v’hanno le mirabili pitture di Andrea Appiani, il quale fino d’allora, che era ancor giovinetto ed appena reduce da Roma, meritossi il soprannome di pittore delle Grazie. Dei quattro scompartimenti di cui nella parte interna consta la rotonda, quello verso il palazzo e l’altro verso le serre, son formati da due porte, mobili per mezzo di ingegnoso ordigno, che erano del tutto coperte da due grandi specchi; gli altri due sono occupati l’uno da camino, l’altro da ampia finestra. Lo splendidissimo fondatore usò talvolta ordinare che colà fosse servito il caffè, o che venisse radunata la conversazione della sera. E se incontrava d’avere qualche personaggio ignaro delle meraviglie del luogo, ad un segreto suo cenno faceva improvvisamente scomparire uno de’ grandi specchi, onde rimanendo aperta tutta la parete, offriva nella vastità delle serre tra i fiori, le piante più peregrine ed una musica soavissima, ora un banchetto, ora una festa villereccia, effettuando in tal modo una delle più gioconde scene de’ palagi incantati. E’ ancora fra noi viva la rimembranza delle lagrime di gioia che una tale sorpresa fece spargere alla principessa estense Maria Beatrice Riccarda, moglie dello stesso reale arciduca Ferdinando, nel 1780, il dì anniversario del loro matrimonio”. Va sottolineato che in base alle fonti a noi note il Marimonti si sbagliava circa la data di inaugurazione della Rotonda (2) mentre la descrizione deve essere veritiera e ce ne lascia conferma lo scritto di M. C. Mezzotti ne “Il cronista Monzese” di qualche anno prima (1838); “ La Rotonda, dal lato dell’agrumeria, ha una gran portiera, mobile per mezzo di una macchina ingegnosa; egli è appunto da questo canto che nell’occasione in cui l’arciduca Ferdinando vi condusse la sua augusta sposa, affettando di farle vedere i lavori pittorici di Andrea Appiani, e di farle ivi prendere il caffè, dopo un sontuoso pranzo c’era stato fatto in quel dì ad anniversario delle proprie nozze, tutto ad un colpo aprissi orizzontalmente e presentossi nella magnifica attigua “citroneria” una brillantissima festiva adunanza, con due scelte orchestre, una militare e l’altra civica, chiamate dalla vicina metropoli ed ivi a tal uopo silenziosamente paratesi. Eranvi eziandio 36 coppie di sposi ivi seduti al lauto banchetto, ed abbigliati all’antica foggia lombarda, chiamati parte dalla nostra città e parte dall’amena Brianza. Questo romantico teatrale convegno era stato foggiato dietro uno slancio d’immaginazione dal celebre Piermarini. Il buon gusto ed il lusso avevano gareggiato a rendere quel luogo come un soggiorno incantato. Tutto era bello, tutto era ricco, tutto era magnifico. Doppieri, luminarie in grandissima quantità, e allorquando, quasi per incantesimo, si schiuse la magica scena, le avvenenti spose ivi radunate, in dolce ed aerea cantilena intuonarono un grazioso inno accompagnato da dodici violoncelli, che fu meraviglia ad udire. Tale dolce sorpresa commosse sì sensibilmente e fu di sì caro gradimento all’arciduchessa ch’ella versò lagrime di gioia, e restò a fruire di quell’estemporaneo originale divertimento sino all’albeggiare del dì vegnente. Dopo il confortevole invito, alternossi la danza, per la quale eransi raunate molte belle graziose ed eleganti dame ed illustri cavalieri, che non isdegnando la meschianza contadinesca, condussero oltemodo lieta la notte.”

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Raffaele Albertolli (Bedano, Lugano 1770 – Milano 1812), La Villa Reale di Monza, 1803, tempera su carta, 43,5×65 cm., Monza, collezione privata.

Del passaggio che permetteva di raggiungere le serre e la Rotonda al coperto, e per questo motivo chiamato “corridoio delle dame”, si sono perse le tracce essendo scomparsa completamente, in epoca non precisata ma ancora presente nelle planimetrie sia del 1829 che del 1850, l’originaria manica edilizia di collegamento tra il corpo nord della villa e la contigua Rotonda.

Anche il camino di marmo non esiste più perché “venne levato e trasportato a Parigi nei tempi che l’Italia era costretta con dolore a formare con le proprie opere i musei di quella città.” (3) Al suo posto si aprì un portone vetrato che affacciandosi nel retrostante passo carraio consentiva il transito delle carrozze. Lo stesso segreto marchingegno a contrappesi ideato da Piermarini che muoveva la porta scorrevole aprendosi sulla limonaia non funziona più.

Se non possiamo oggi ammirare la Rotonda nella sua originaria organizzazione scenica sfruttata dall’arciduca Ferdinando per colpire i suoi ospiti restano di grandissimo godimento gli affreschi dell’Appiani per l’appunto da noi restaurati nella metà degli anni ottanta del secolo scorso.

Fu comunque “l’Arciduca estimatore dei sudditi ingegni” che “fece a sé chiamare il dipintore Andrea Appiani, che benché a quei tempi ancora giovane, pure avea di già dato non equivoci segni di voler salire ad eminente grado nell’arte pittorica. Al cui invito egli oltremodo lieto annuendo, argomento scelse in quell’occasione alla fausta circostanza sponsalizia adatto; ed in poche giornate poiché somma era la fretta con che terminato si volea questo lavoro, egli vi dipinse a fresco le favole di Amore e Psiche con tanta filosofia di composizione e con tale leggiadria di contorni che chiunque anche oggidì recasi a vederla ne resta meravigliato tanta è l’intelligenza e la maestria con cui furono collocate le avventure dolci ed amorose del Nume che vuoisi un dì imperasse sul cuore degli uomini e sulla libertà degli Dei “ (4)

Sino a tempi recenti la data di esecuzione degli affreschi della Rotonda era concordemente segnalata come l’anno 1789, basandosi su quanto scrisse Giuseppe Beretta nel 1848 nella sua monografia dedicata all’artista:

“A parlar del merito di questi dipinti, convien osservar davvero, che Appiani spiegò un sapere veramente da franco artista……Appiani slanciò in quest’affresco un passo gigantesco verso l’arte perfetta, e riuscì tale nell’ammirazione delle società, che nessuno dubitò più del grado cui salirebbe in avanti…….I dipinti furono operati nell’anno 1789.” (5)

Probabilmente questa data fu accreditata unanimemente nel cerchio degli studiosi in quanto si presume che il Beretta facesse riferimento ai ricordi del padre che era stato intimo amico dell’Appiani tanto da avergli “…servito più volte per amicizia da modello pel dorso, pel volto, e le braccia del Giove,…”.

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Rotonda dell’Appiani – Particolare della volta con medaglione centrale raffigurante Psiche e Eros al cospetto degli dei. Nella vela sottostante Psiche consegna il vaso della bellezza a Venere. Andrea Appiani affresco.

Ma come abbiamo visto più sopra, in base agli studi condotti negli anni ottanta del secolo scorso e che a tutt’oggi non hanno avuto smentita, la Rotonda venne edificata nel 1790, data in cui sono stati rinvenuti parecchi documenti che trattano di spese varie per la “sala nuova della Rotonda” in particolare uno datato 11 settembre per spese relative a muratori e manovali, uno 9 ottobre per le rizzate della strada adiacente e uno datato 6 novembre che fa riferimento al pagamento di serramenti e vetri.

Se vogliamo dar credito ancora al Beretta il 1791 fu per Appiani un anno di viaggi. In una lettera datata 20 marzo 1791 egli scrive da Firenze all’amico Giocondo Albertolli precisando che dopo questo soggiorno era sua intenzione “passar più oltre nel mio viaggio per Roma e Napoli”. Prima ancora aveva soggiornato a Parma rapito dall’arte del Correggio e a Bologna incantato dalla tavola di Santa Cecilia di Raffaello. (6) E’ lecito pensare quindi che fosse già in viaggio da parecchi giorni se non mesi; infine il Beretta ci informa del suo ritorno a Milano alla fine dell’anno 1791 quando ormai il ventesimo anniversario di matrimonio tra Ferdinando e Maria Beatrice era stato festeggiato (15 ottobre) nella Rotonda completamente finita. Gli affreschi dell’Appiani devono quindi collocarsi tra l’estate del 1790 e i primi mesi del 1791.

Ma possiamo veramente escludere che quell’anniversario di matrimonio festeggiato nella Rotonda sia stato il ventesimo e non il diciannovesimo? Benché la magnificenza della celebrazione così descritta dai cronisti dell’epoca ci induca a pensare alla ricorrenza dei vent’anni di matrimonio (che cadevano appunto nel 1791) io non escluderei una retrodatazione al 15 ottobre 1790 in quanto per quella data la Rotonda era verosimilmente finita. Anche se i documenti di pagamento dei lavori ivi svolti arrivano sino a novembre di quell’anno non significa che i lavori furono saldati esattamente alla fine della loro esecuzione. E poi mi risulta strano pensare che Ferdinando possa aver tenuto congelato nella massima segretezza alla sua stessa consorte per quasi un anno Rotonda e limoniera. Credo sia necessario approfondire gli studi per averne una certezza.

Infine un altro dubbio; in una planimetria della Villa datata 8 giugno 1791 Rotonda e Limoniera non compaiono (di questa planimetria esiste una copia in ASM, Fondi Camerali, p. a., cart. 311 e una in Racc. Cattaneo-Archivio Canonica, Manno-Svizzera). Il documento fa parte di un atto notarile stipulato tra l’arciduca Ferdinando e la Regia Ducale Camera di Milano e doveva illustrare la allegata relazione del “Pubblico Agrimensore Antonio Ferrario” ove si specificava la destinazione e l’uso, la misura, la stima, la provenienza di ciascuna particella segnata con il numero mappale. Pertanto Rotonda e agrumeto dovevano essere state considerate alla stregua delle altre strutture da giardino (serre, tempietto ecc…) non riportate nel disegno. Questo documento potrebbe anche essere la conferma che Rotonda e agrumeto non erano ancora finiti nonostante le note di spesa dell’anno precedente e confermerebbero quindi l’inaugurazione nel 20° anniversario di matrimonio dei granduchi in quell’ottobre 1791.

La situazione socio-politica di Milano e della Lombardia determinò le vicende della Villa Reale di Monza. Sul finire del secolo la famiglia arciducale abbandonò Milano per rifugiarsi a Venezia (maggio 1796). Con l’arrivo dei francesi le ali della villa furono occupate da un reggimento di ussari. Nel 1797 su diretto interessamento di un semplice cittadino, tale Domenico Palmieri, la villa diventò proprietà della Repubblica Cisalpina. Ma con una truppa di soldati accampata al suo interno ruberie, spoliazioni, danni e disordini erano all’ordine del giorno. Un primo passo per evitare il peggio fu compiuto dal generale Murat desideroso di avere una casa di campagna in quel di Monza. Alla fondazione della Repubblica Italiana nel 1802 con Napoleone capo dello Stato la villa diventa residenza estiva del vice presidente Francesco Melzi d’Eril. Nel 1805 Napoleone divenutò Imperatore di Francia; trasformò la Repubblica in Regno affidando l’incarico di Viceré a Eugenio di Beauharnais che prenderà alloggio nella Villa di Monza da quel momento detta Reale. Affiancato dall’architetto Luigi Canonica la ristrutturerà e ne apporterà significative trasformazioni.

Con la caduta di Napoleone i governatori austriaci continuarono la tradizione della villeggiatura e delle funzioni rappresentative nella Villa di Monza. L’architetto Giacomo Tazzini, succeduto al Canonica, continuò le opere già intraprese dai francesi.

Con l’annessione della Lombardia al Piemonte (1859) ed il costituirsi del Regno d’Italia la Villa entrò a far parte del folto numero di complessi reali sparsi sul territorio nazionale che Vittorio Emanuele II si trovò a dover mantenere. Vi risiedette soprattutto il figlio Umberto I con la moglie Margherita di Savoia che la arricchirono per conferirle maggior sontuosità regale. La maggior parte delle trasformazioni risalgono al 1895 ad opera del marchese Villamarina e dell’architetto Luigi Tarantola e poi ancora dall’architetto Achille Majnoni d’Intimiano.

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L’assassinio di Re Umberto I rappresentato su una cartolina dell’epoca.

Proprio nei pressi della Villa Reale Umberto I venne assassinato il 29 luglio del 1900. Da allora per la villa iniziò un lento declino, privata poco per volta di ogni oggetto e di tutti i mobili fino ad essere definitivamente chiusa e abbandonata. Dal 1923 al 1927 fu sede della biennale di Arti Decorative. Nel 1934 con Regio Decreto Vittorio Emanuele III fece dono di gran parte della Villa ai Comuni di Monza e di Milano, associati. Con l’avvento della Repubblica, l’ala sud è amministrata dallo Stato Italiano.

In questi ultimi anni la villa è stata oggetto di un progetto di recupero e valorizzazione ancora in corso che le ha permesso di entrare a far parte delle Residenze Reali Europee, sede di eventi e mostre.

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Note
1) – F. Valsecchi, Dalla pace di Aquisgrana alla pace di Lodi, in Storia di Milano, XII, L’età delle riforme (1706-1796), Milano 1959
2) – Va segnalata anche una dettagliata planimetria della villa risalente al 8 giugno 1791 dove Rotonda e limoniera non compaiono ancora (ASM Fondi Camerali).
3) – G. Beretta, Due parole intorno alle ” memorie storiche della città di Monza” Milano, 1842
4) – G. Mazziotti, Almanacco di storia patria per l’anno 1838, Monza 1938
5) – Le opere di Andrea Appiani … / commentario per la prima volta raccolto dall’incisore Giuseppe Beretta, Milano : G. Silvestri, 1848, pag.107/108
6) Le opere di Andrea Appiani … / commentario per la prima volta raccolto dall’incisore Giuseppe Beretta, Milano : G. Silvestri, 1848, pag. 120

Bibliografia
– La Villa Reale di Monza, a cura di Francesco de Giacomi, Editore Associazione Pro Monza1984.
– Le opere di Andrea Appiani … / commentario per la prima volta raccolto dall’incisore Giuseppe Beretta, Milano : G. Silvestri, 1848
– Guido Marangoni, La Rotonda dell’Appiani nella Villa Reale di Monza, GLI EDITORI PIANTANIDA VALCARENGHI, Milano 1923
– Memorie storiche della città di Monza, Anton-Francesco Frisi, Giuseppe Marimonti; Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana, Monza 1841: Tipografia di Luca Corbetta
– Dott. Mezzotti di Castellambro, Il cronista monzese, Almanacco di rimembranze patrie per l’anno 1838, pubblicato da Ferdinando Borsa, Cartolaio in Monza nella Corsia di S. Pietro Martire

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